Pubblici esercizi: è ora di ripartire

A circa 12 mesi dall’inizio della pandemia da Covid-19, i Pubblici Esercizi sono ancora chiusi o sottoposti a gravose limitazioni orarie. Il DPCM dello scorso 14 gennaio ha confermato la sospensione degli esercizi di ristorazione nelle Regioni ritenute più a rischio (le c.d. aree “arancioni” e “rosse”) e l’obbligo di chiusura alle ore 18 per quelli situati nel resto d’Italia. Confermata, come noto, anche la sospensione, in tutto il territorio nazionale, delle attività di intrattenimento, quali discoteche, sale giochi, sale scommesse, bingo e casinò. Di fatto, per le attività di Pubblico Esercizio, si tratta di un lockdown a singhiozzo che protrae l’esasperante incertezza sul come e sul quando ripartire con una certa stabilità. I numeri della crisi del settore sono impietosi. La perdita di fatturato cumulata nel corso del 2020 ammonta a circa 38 miliardi di euro. Nei primi nove mesi del 2020 hanno cessato l’attività oltre 16.900 imprese e il saldo tra aperture e chiusure è stato negativo per 9.232 unità. Si stima in 50/60mila unità il numero delle imprese che sono ancora a rischio chiusura, con conseguenze drammatiche sui livelli occupazionali una volta che il rubinetto degli ammortizzatori sociali dovrà per forza di cose chiudersi (fonte: elaboraz. CS Fipe su dati Istat). Lungi dal voler affermare che le misure restrittive fino ad ora imposte siano state ingiustificate e/o non adeguate al contesto emergenziale che stiamo vivendo. Certo, non può negarsi che il Governo abbia messo in campo diversi interventi a sostegno delle imprese del comparto, i quali, tuttavia, non si sono rivelati sufficienti ad assicurare una prospettiva di stabilità a un settore da un anno a questa parte in ginocchio. Guardando alle sole attività dei servizi di ristorazione con codice ATECO 56, i contributi a fondo perduto erogati dallo Stato, tramite l’approvazione di una serie di scostamenti di bilancio, tramite i provvedimenti “Rilancio”, “Ristori” e “Natale”, ammontano a circa 2,5 miliardi di euro; è evidente che tale dato, pure sommato ai benefici derivanti da altre e diverse forme di sostegno (tra cui agevolazioni per l’accesso al credito, esenzioni fiscali e tributarie, ammortizzatori sociali, altri interventi economici erogati dalle singole Regioni), costituisce solo un’esigua compensazione delle perdite registrate. Occorre, però, diffidare da chi pensa che sia un problema tutto italiano. Una recente ricerca della FIPE testimonia che le misure di sostegno adottate da Francia e Germania – tra i Paesi europei che culturalmente e storicamente più si avvicinano al nostro – hanno previsto misure di supporto economico al settore, quantitativamente e qualitativamente, simili a quelle varate dal Governo italiano.

È a rischio una componente essenziale di due settori strategici del Made in Italy – come l’agroalimentare e il turismo

Tuttavia, a un anno dall’insorgere della pandemia e all’indomani dello sblocco dei licenziamenti, non si tratta più di fare il punto sui ristori ma occorre porsi in una prospettiva di medio lungo periodo e considerare che sono a rischio, non solo migliaia di imprese e centinaia di migliaia di dipendenti, ma anche una componente essenziale di due settori strategici del Made in Italy – come l’agroalimentare e il turismo – nonché una parte importante della nostra storia, cultura, dell’attrattività di quello che, in tutto il mondo, è conosciuto come il Belpaese per antonomasia. È ora di cambiare marcia. È ora di programmare una graduale ripresa dell’intera catena del valore dell’accoglienza italiana. È ora di implementare gli incentivi economici allo sviluppo di imprese in un settore in grado di superare le asimmetrie generazionali, di genere, sociali, in grado di accrescere il tessuto connettivo riqualificando i servizi presenti sul territorio. È ora di pianificare riforme strutturali – da includere nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – di più ampio respiro volte a preservare le dinamiche concorrenziali del settore e a favorire processi di consolidamento patrimoniale, di sostenibilità ambientale, e di innovazione tecnologica delle imprese. Prendendo in prestito le parole di Carlo Petrini, “il giorno in cui il cibo perderà la sua storia e il suo valore non ci sarà più speranza per nulla”. È ora di ripartire.