Mobilità e smart working, le prospettive future sui consumi fuori casa

È fuor di dubbio che la pandemia da coronavirus abbia radicalmente mutato le nostre abitudini. I vari lockdown hanno imposto nuove modalità di lavoro che gran parte della popolazione ignorava sino a meno di due anni fa, e ciò ha implicato notevoli cambiamenti anche nella mobilità. Lo smart working, ossia lavorare da remoto con maggiore flessibilità degli orari, pare essere destinato all’irreversibilità a fronte di svariati pro, dalla riduzione dei costi (utenze, affitti, cancelleria) al risparmio di carburante passando per lo smaltimento del traffico ed un minore livello di inquinamento. Così, anche dopo la fine del lockdown, tante aziende hanno preferito mantenere la modalità smart working per i propri dipendenti.

Dunque, se è vero che dallo smart working non si tornerà più indietro, come lo scorso 30 gennaio annunciava il team di SmartButStrong, primo sindacato dei cosiddetti “home workers”, sarà anche vero che ciò innescherà una spirale negativa per tutte quelle attività legate alla mobilità delle persone, come ad esempio i bar o i ristoranti situati in prossimità degli uffici e dei posti di lavoro. Una recente indagine svolta da Istat evidenzia la sensibile diminuzione legata a studenti ed occupati: prima della pandemia oltre l’80% di questi si spostava almeno cinque volte alla settimana ma dall’imminente autunno a farlo sarà meno del 70%.

Fipe, dal canto suo, legge tali rilevazioni rielaborandole ad hoc per il settore dei pubblici esercizi traendone due prospetti da cui emerge, da un lato, l’acclarata riduzione degli spostamenti, dall’altro l’aumento della mobilità attraverso mezzi di trasporto privati (auto in primis) a svantaggio di quelli pubblici più esposti a potenziali forme di contagio. Tutto ciò impatterà inevitabilmente sul business della ristorazione e, di conseguenza, sui consumi alimentari fuori casa. L’ennesimo degli effetti causati dal coronavirus.