Gli chef? Più social del previsto. I risultati di una ricerca

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Gli chef sono social? Sì, ma con una piccola riserva: essere social non è semplice e bisogna imparare a comunicare nel modo corretto approfittando della collaborazione dei più giovani.

È quanto è emerso da una survey che ha preso in esame il rapporto tra i professionisti Horeca e i social networks, presentata da Michele Rinaldi, Head Digital di Soluzione Group, sulla base di un campione di 86 addetti del settore, per lo più chef. A commentare i molti spunti emersi dall’indagine sono poi intervenuti in una tavola rotonda Sonia Re, Direttrice Generale APCI (Associazione Professionale Cuochi Italiani), Andrea Bino, Marketing Manager di Surgital Spa e la moderatrice Anna Pelucchi, Head PR di Soluzione Group.

Quanto sono social gli chef?

In prima istanza, la survey mostra come il 50% dei professionisti Horeca lavori in ristoranti tradizionali, mentre solo una piccola percentuale in trattorie o ristoranti stellati. Inoltre, il 60% sono lavoratori dipendenti, contro un 40% di titolari. Un dato interessante riguarda la questione di genere: vi è una netta predominanza maschile che ammonta al 79%. Un dato, quest’ultimo, che riconferma come anche per il settore Horeca il gender gap sia una realtà tangibile.

Proseguendo con il sondaggio, il 70% dei professionisti sono over 40 e, sorprendentemente, circa il 97% utilizza i social. Perché dico sorprendentemente? Perché se guardiamo più nel dettaglio i dati si nota come i due social più utilizzati siano, a pari merito, Facebook e Instagram, mentre in genere una sovrapposizione dei due social si trova nelle fasce d’età più basse.

Il sondaggio mette poi in luce altre tre questioni particolarmente rilevanti: la prima riguarda il tipo di attività che gli chef e i professionisti Horeca svolgono sui social: il 72% pubblica contenuti e il 66 % interagisce con la propria community. Si tratta di un dato importante perché evidenzia, ancora una volta, la specificità del settore food in quanto si colloca in controtendenza rispetto al mondo del consumer, dove solo il 30% interagisce e crea contenuti e in cui, dunque, predomina un’attitudine più passiva, di mera fruizione.

Un altro punto interessante riguarda il tipo di contenuto pubblicato: sembra che la maggior parte dei professionisti pubblichi foto e video di ricette, mentre il 40% condivide la propria location e un buon 49% mostra la propria vita da chef. A differenza di ciò che si potrebbe pensare si tratta di contenuti che non riguardano principalmente l’ispirazione per ricette o tutorials, bensì per lo più novità prodotti, informazioni tecniche e quelle relative alla qualità delle materie prime. Come ha messo in luce Rinaldi, quest’ultima è una buona notizia perché evidenzia la volontà di crescita e di miglioramento da parte dei professionisti Horeca.

La tavola rotonda: food for thoughts 

La seconda parte dell’evento è stata dedicata ad una tavola rotonda moderata da Anna Pelucchi in cui sono intervenuti Sonia Re di APCI e Andrea Bino di Surgital.

Tra i vari spunti di riflessione offerti, un tema ricorrente su cui sia Bino che Re hanno concordato, è quello sulla necessità di trovare una via media tra contenuto e forma: i social non devono essere solo una mera vetrina, ma anche strumenti di educazione. Perciò la competenza e la professionalità devono essere obiettivi primari da abbinare però, ad una comunicazione efficace che possa catturare e mantenere l’attenzione del consumer.

Sonia Re ha raccontato come APCI – Associazione Professionale Cuochi Italiani abbia ormai abbracciato modalità comunicative più immediate e al passo con i tempi, come l’utilizzo dei reels di Instagram (video brevi editabili con effetti particolari e audio a propria scelta) e il racconto delle ricette da parte dello chef, in modo da coinvolgere sempre più il consumatore. Nonostante ciò, ha ribadito Re, l’obbiettivo più sfidante rimane questo: conciliare il contenuto professionale con una forma appetibile.

Andrea Bino si è poi soffermato sul concetto di interazione: è importante ci sia un coordinamento tra tutti gli attori del settore, dallo chef al grossista, passando per il consumatore, ed è precisamente questa la difficoltà per le aziende: creare sinergia e coerenza tra i diversi canali e, inevitabilmente, farvi corrispondere un target e un linguaggio sempre differente. Saper gestire tutto ciò in maniera efficace significa guadagnare credibilità – altro concetto chiave per Bino – che implica anche saper offrire contenuti utili e formativi; i social, in sostanza, non devono e non possono più essere meramente autoreferenziali, pena la perdita di fiducia da parte del consumatore.

Dunque, quando si parla di ‘nuovi media’ in ambito hospitality il punto di partenza è buono: gli chef usano i social ma, buttando un occhio al futuro, sembra proprio che dovranno affiancarsi ai giovani; e, a loro volta, i giovani dovranno farsi guidare dai professionisti, in modo che i primi si approprino di strategie comunicative a loro estranee e i secondi abbiano la possibilità di formarsi, acquisendo reali competenze. Insomma, la lezione di Bino ritorna: la collaborazione è chiave.