Etichette anarchiche. Aspettando la normativa, tante interpretazioni

Bottiglia vuota di olio di girasole? Flacone di detergente da buttare? Il dubbio è sempre quello: in quale pattumiera lo metto? Le etichette sulle confezioni dovrebbero aiutare, ma non è sempre così.

 

Giornata dura tra friggitrice, fornelli, scorte da disimballare, espressi da preparare, aperitivi da miscelare, prodotti da conservare, clienti da servire, tavoli da apparecchiare. A sera finalmente un po’ di pace. Se non fosse per i rifiuti.

Mica è sempre semplice. Gettarli sì. Ma dove?

Mega dubbio: per fortuna che c’è l’etichetta.

Magari. Meglio sarebbe dire: speriamo ci sia un’etichetta corretta.

Già perché, ad oggi – come risulta da un’inchiesta del web magazine EconomiaCircolare.com e della app Junker– un po’ di anarchia c’è: su 90 etichette esaminate, infatti, quelle corrette sono solo 36, 10 sono risultate errate, 36 incomplete  e 7 ‘omertose’, nel senso che non riportano alcuna indicazione.

etichetteEtichette: il Dlgs 116/2020

Innanzitutto, è utile ricordare che l’etichetta ambientale è prevista dal decreto legislativo 116 del 3 settembre 2020 la cui entrata in vigore è stata prorogata al 2022.

Il testo prevede che tutti gli imballaggi devono essere “opportunamente etichettati secondo le modalità stabilite dalle norme tecniche UNI applicabili e in conformità alle determinazioni adottate dalla Commissione dell’Unione europea”.

In effetti, è giusto ammetterlo, la materia si presta a varie interpretazioni, per questo si è lavorato a delle linee guida elaborate congiuntamente dal Conai con l’Istituto Italiano Imballaggio, UNI, Confindustria e Federdistribuzione. 

Fatte queste premesse, è d’obbligo un sano appello all’autostima di ognuno: se ci troviamo in imbarazzo con il nostro pattume quotidiano, non è detto sia sempre colpa nostra. Magari è l’etichetta che potrebbe (e dovrebbe) migliorare la comunicazione.

Etichette: cosa aspettarci 

Ma passiamo alla pars construens, cercando di capire quali siano le informazioni necessarie, ovvero quelle che dovrebbero sempre esserci per identificare al meglio il tipo di packaging in modo che vada gettato al posto giusto.

etichetteQuello che deve sempre essere indicato in etichetta è innanzitutto il materiale di cui è composto. Su questo punto entra in campo la Direttiva 129/97, che riporta i simboli alfanumerici ufficiali dei polimeri contenuti nella norma UNI 11469.

Per capirci: la carta avrà la sigla PAP, l’arcinoto PET identificherà il più esoterico Polietilentereftalato, FOR il legno e il sughero, ALU indicherà l’alluminio e FE l’acciaio, mentre se l’imballaggio è composto si dovrà anteporre C/ alla sigla del materiale preponderante (trattandosi di codici alfanumerici tali simboli saranno anche seguiti da cifre, che cambieranno in base alla tipologia dei materiali).

Altra informazione ugualmente necessaria è quella relativa alla tipologia della raccolta (acciaio, alluminio, metalli, carta e cartone ecc.).

Fin qui, le indicazioni basiche. Ben vengano poi quelle accessorie relative al tipo di imballaggio (flacone, bottiglia, vaschetta ecc.) o alle modalità per una differenziata di qualità (schiaccia,  separa l’etichetta ecc.).

Etichette, il ruolo delle aziende

Che la questione non sia semplice, soprattutto per le aziende chiamate in prima linea nella realizzazione delle etichette, lo dimostrano la responsabile dell’Area prevenzione e del Centro studi Conai, Simona Fontana, che ha spiegato ad EconomiaCircolare.com: “Stiamo ricevendo davvero tantissime richieste di supporto e segnalazioni da parte delle aziende proprio per la realizzazione di un’etichetta che sia coerente con le linee guida, che di fatto rappresentano un’interpretazione del testo di legge “.

“Le aziende che dovranno confrontarsi ai nuovi obblighi, – ha infatti aggiunto Raffaele Lupoli direttore del magazine – sono in trepidante attesa e per quelle di loro che esportano in più Paesi il problema è ancora più complesso, perché già solo a livello europee non ci sono regole uniche su cosa riportare su etichette e imballaggi”.