Alberto Vollmer: il rugby, il rum e la Csr “sul campo”

“Facciamo rum, giochiamo a rugby”. Così si presenta l’azienda Santa Teresa, e potremmo aggiungere che fa entrambe le cose bene. Il mese scorso per il quinto anno consecutivo l’Alcatraz Rugby Club – squadra dell’azienda – si è confermata campione della National League of Rugby Clubs e più o meno nello stesso periodo al New York World Wine & Spirits Competition il Rum Santa Teresa 1796 guadagnava la medaglia d’argento, dopo le due medaglie d’oro ottenute quest’anno all’International Spirits di Chicago e all’International Spirits Challenge in California. Abbiamo incontrato Alberto Vollmer Herrera, l’AD di Santa Teresa, quinta generazione di una famiglia di origini tedesche che ha iniziato a produrre rum 220 anni fa ed è oggi il produttore del primo rum del Venezuela, in una serata a Milano. Dove ha letteralmente stregato tutti i presenti con la sola forza della sua incredibile storia. Perché anche nell’HoReCa si parla sempre più spesso di Csr, Corporate Social Responsibility, ma una storia come questa, che vede i proprietari impegnati in prima linea mettendo a rischio la loro stessa incolumità, è davvero unica. La storia inizia nel 2000 quando 400 famiglie occuparono i terreni dello stabilimento alla ricerca di un posto in cui vivere. Invece di cacciarli, l’azienda donò un lotto di terra e coordinò i lavori per la realizzazione delle loro abitazioni.

Hai rischiato la vita e l’azienda scommettendo sulla capacità di persone disperate di redimersi, se si fosse data loro una possibilità. Come hai fatto? 
Se prendi forti rischi devi avere grandi speranze e grandi aspettative, oppure la volta dopo non crederai più perché il rischio è troppo alto. È quello che facciamo ogni volta che un ragazzo sbaglia, continuiamo a credere in lui.

Hai parlato e giocato a rugby con carcerati e gangster dando loro fiducia e speranza. Ma funziona sempre?
A volte magari non funziona ma funzionerà la volta dopo con qualcun altro. C’è così tanta richiesta che devi essere paziente, pensare nel lungo termine. Forse non sistemerai il Paese in un giorno ma puoi sistemare delle piccole cose ogni giorno. Cominciando dalla tua città. È incredibile cosa sta succedendo nelle prigioni, il concetto di credere nelle persone si sta allargando, non crederesti quante storie ci sono.

Com’è la situazione in Venezuela?
Interessante. Lo dico sul serio perché l’economia è terribile, abbiamo sanzioni dagli Stati Uniti, non stiamo producendo, dipendiamo in tutto dalle importazioni, non abbiamo cibo e c’è una inflazione immensa. C’è una grandissima corruzione e politiche di divisione, non abbiamo benzina anche se siamo tra i maggiori produttori di petrolio. Tutti pensavano che il governo Maduro sarebbe stato abbattuto (da Juan Guaidó, ndr) ma se lo fosse stato in quel modo avremmo avuto una guerra civile o un tentativo di tornare al potere. Ora credo che abbiamo una grande opportunità storica, tutte le parti hanno sofferto ma c’è l’opportunità di rifondare il Paese.

È come con le gang…
Quando tutti si odiano ci vuole una visione, valori forti. Ora è molto comune criticare chiunque perché nessuno costruisce i valori del Paese, sono necessarie regole semplici che tutti possono ricordare per vivere insieme e una democrazia dell’alternanza.

Hai mai paura?
E di cosa? Capita a volte quando hai informazioni negative. Un uomo voleva uccidere un nostro manager ma gli abbiamo parlato, niente violenza riportiamo tutto a un livello umano. La dinamica secondo la quale la miglior difesa è l’attacco provoca solo un’escalation che non si ferma mai.

Data la situazione del Paese hai mai pensato di vendere la tua azienda?
Mai, per nessun motivo. Avere un’azienda in Venezuela, un brand come Santa Teresa, è uno strumento potentissimo per educare, un investimento. Della vita non è importante il denaro ma quello che puoi fare con essa. Siamo la più antica azienda ancora in attività del Paese, è un brand che puoi vendere ovunque nel mondo [in 70 Paesi, ndr] e la gente guardandolo può dire: posso farlo anch’io. C’è l’elemento di orgoglio nel prodotto e il fatto che sia un premium realizzato in un Paese del terzo mondo, è come una luce nell’oscurità, uno strumento potente. Non c’è valore per questo.

Il progetto Alcatraz: rugby scuola di vita
Come si contrasta la violenza delle gang? Parlando con loro e mettendoli a confronto nella stessa stanza. E insegnando loro il rugby. Per fidarsi del compagno e seguire le regole. Un approccio poco ortodosso, quasi folle, ma che sta alla base del Progetto Alcatraz. Una notte del 2003 tre ragazzi aggrediscono un uomo della sicurezza dell’azienda per rubargli la pistola. Subito catturati, si sentono fare una proposta: non saranno arrestati se lavoreranno gratis per tre mesi nella produzione. I tre accettano, dando il via al progetto che a oggi ha recuperato oltre 200 giovani da un passato criminale. Un circolo virtuoso che nella regione del Santa Teresa ha portato alla drastica diminuzione del numero di omicidi. Pilastri del programma sono l’istruzione, il lavoro e il rugby, capace di trasmettere rispetto, disciplina, lavoro di squadra, umiltà. Oggi più di 2000 bambini e ragazzi giocano a rugby nell’azienda che è diventata il luogo dove questo sport è maggiormente praticato in tutto il Paese. Dal progetto Alcatraz ne è nato un altro, battezzato Invictus, che ha portato il rugby ad essere praticato da oltre 300 detenuti in otto centri penitenziari, nell’ambito del loro programma di reinserimento sociale.

Un rum premium con il passato dentro
Nel 1796 Gustavo Julio Vollmer Ribas, figlio di un tedesco emigrato da Amburgo e marito della sorella di Simon Bolivar, acquista una piccola fabbrica artigianale di rum, nel 1909 gli eredi registrano il nome Santa Teresa: è la prima marca del Paese. Per commemorare i 200 anni di attività è stato creato Santa Teresa 1796, il primo rum Super Premium della casa, interamente prodotto con il metodo tradizionale riservato fino ad allora alla produzione di brandy e sherry. È un rum intenso ed elegante con miscele invecchiate fino a 35 anni in botti di quercia americana e francese del Limousin precedentemente utilizzate per il bourbon whiskey. È realizzato con il metodo Solera a cascata, che assicura che in ogni bottiglia sia presente una parte proveniente dal primo barile del 1796. La botte originale non viene mai svuotata ma ricolmata con un rum leggermente più giovane. Il risultato è un rum secco, morbido e bilanciato dall’aroma fruttato con note di legno, cioccolato amaro, miele, prugna, noci, cannella, vaniglia, tabacco, cuoio e un tocco di pepe.