bevande
26 Giugno 2020
“Per risollevare le imprese della ristorazione e del turismo da tre mesi di lockdown e da un mese di incassi dimezzati, bisogna intervenire con coraggio rafforzando lo strumento degli indennizzi per le aziende che hanno avuto ingenti cali di fatturato e intervenendo sui costi strutturali delle aziende, costi del lavoro e affitti in testa. Interventi cioè di prospettiva e di lungo periodo, senza i quali qualsiasi altra operazione risulterebbe inefficace e insufficiente. Intendiamoci: un taglio temporaneo dell’Iva è auspicabile, anche se dovrebbe riguardare settori strategici per il Paese come il Turismo e la Ristorazione ed essere di congrua durata affinché la riduzione dei prezzi sia percepita, oltre che rappresentare un’iniezione di fiducia ai consumi, ma in questo momento occorre avere maggiore coraggio e visione sulle prospettive, avviando insieme l' abbattimento del cuneo fiscale e contributivo per ridurre il costo del lavoro in maniera efficace, anche per mantenere i livelli occupazionali e non disperdere competenze. Certo, si tratta di una manovra onerosa, ma l’attuale flessione dei fatturati dei 300mila pubblici esercizi determina minori incassi per lo stato pari ad oltre 4 miliardi di euro. I conti pubblici, insomma, soffrirebbero maggiormente se prevalesse una linea attendista, rispetto a una coraggiosa, che avrebbe il necessario effetto moltiplicatore sull'economia del Paese”.
Il Presidente di Fipe - Federazione Italiana Pubblici Esercizi, Lino Stoppani, interviene così nel dibattito sulle riforme fiscali avviato nei giorni scorsi dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e alimentato nelle ultime ore sia dai vertici della Corte dei conti, sia dal sottosegretario all’Economia, Paolo Barretta.
“Oggi grazie ad alcune misure emergenziali da noi richieste e approvate dal governo – prosegue la Fipe – i ristoranti stanno ricominciando pian piano a lavorare, soprattutto quelli che non dipendono in maniera esclusiva dai turisti e dagli uffici. Gli incassi, tuttavia, si sono ridotti mediamente del 56% e questo per il combinato disposto di paura sociale, riduzione delle capienze per il distanziamento sociale, mancanza di turismo, eccessivo ricorso allo smart working. I costi d’impresa, al contrario, sono rimasti ai valori pre-Covid. Noi vogliamo continuare a lavorare ed animare il nostro territorio, ma o si trova il modo di adattare l’intero impianto fiscale al nuovo contesto di mercato, o si rischia di perdere un’eccellenza tutta italiana che poi sarebbe difficile ricostruire”.
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