03 Settembre 2014

Parte tutto dalla cultura. Il mondo diurno deve traghettare i buoni propositi e una coscienza civile in quello notturno. Altrimenti non ci sarà scampo. Quelle che seguono sono le parole di Don Antonio Mazzi, tratte dalla sua rubrica fissa su NightLife.
"Sono arrivato a Milano, a ridosso del Parco Lambro, nel ‘79. Erano gli anni in cui è esploso il fenomeno della droga e, attorno ad esso, i movimenti giovanili studenteschi e il terrorismo. Mi sono ritrovato in un momento molto particolare che mi ha permesso di manifestare quello che veramente sono.
A Milano mi sono sentito libero e, affrontando il Parco Lambro con tutto quello che stava succedendo intorno, ho tirato fuori il meglio o il peggio di me, cioè quella pazzia che mi ero tenuto dentro e che gli altri chiamavano caratterialità. Io sono un prete borderline: sempre a metà.
Quando ho affrontato il problema del Parco Lambro non ho voluto farlo attraverso le comunità, classiche esperienze allora molto forti, perché io non ho mai sopportato le regole.
Avendo nella mia giovinezza lavorato in campo scoutistico e con gli oratori ho cercato di pensare a qualcosa che, partendo da queste esperienze, andasse oltre. Sono così nate le comunità itineranti: ho preso quattro camper, abbiamo messo dentro i disperati più disperati, a tre o quattro obiettori di coscienza ho proposto di fare qualcosa di strano, tentare di salvare la gente adoperando l’avventura.
Siamo partiti il 25 marzo 1984 e siamo tornati il 25 dicembre 1984, nove mesi in cui abbiamo attraversato l’Italia, ospiti di suore di clausura che hanno accettato i nostri ragazzi, di don Tonino Bello, abbiamo fatto un po’ di tutto come il teatro in piazza.
I quattordici che hanno cominciato sono stati quelli con i quali abbiamo terminato, li abbiamo salvati tutti. Credo sia stata l’unica volta nella quale abbiamo fatto un’esperienza in cui siamo partiti con lo stesso numero col quale siamo tornati.
Questa avventura della carovana è stata talmente forte che da allora, pur essendo passati alla residenzialità, ogni anno tutte le nostre comunità fanno un periodo di carovana. Abbiamo girato l’Europa, abbiamo fatto anche una carovana sudamericana ma quella che mi affascina di più è Compostela, che impegna i nostri ragazzi dagli 800 ai 1200 chilometri a piedi o in bicicletta. È quella che funziona meglio ed è anche la più bella.
All’interno delle mie comunità usiamo gli strumenti che usava don Bosco cioè sport e teatro; cose che fanno parte della pedagogia semplice perché è più facile salvare i ragazzi con le cose semplici che con le cose complicate.
Se penso ai prossimi trent’anni li vedo all’insegna della semplicità perché le cose più sono semplici più risolvono i problemi grossi. Se penso invece ai trent’anni trascorsi sono molto orgoglioso di aver messo in piedi un’attività che è partita dalla strada e coinvolto sin da subito i giovani".
Info su www.exodus.it
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