L’autoanalisi semplice e diretta che serve al barista

Le cinque W sono una presenza immancabile in tutti i corsi di giornalismo, un mantra dolce e confortante a cui aggrapparsi nell’impostazione di ogni articolo di cronaca, un facile ed efficace mezzo per giudicarne la sua compiutezza almeno nelle linee essenziali. Who, What, Where, Why, When: i cinque cardini dell’azione di ogni giornalista. Eppure, mi sono tornate in mente poco dopo una piacevole, ma infruttuosa, conversazione con un barista. Tacerò luogo e tempo di questo scambio di idee, poiché non voglio porre al centro della disquisizione il professionista, ma solo la sua visione del mondo (professionale, naturalmente). Il confronto, garbato e disteso ma pur sempre confronto, è nato da un espresso che aveva fretta. In verità il macinato nel portafiltro avrebbe voluttuosamente desiderato essere attraversato da quel piacevole flusso di acqua calda qualche secondo in più, ma qualcuno aveva omesso di verificare la macinatura causando una conclamata sottoestrazione in tazza. Il sottoscritto lo faceva notare, ottenendo una nuova tazza, a sua volta ancora sottoestratta, e poi un’altra, ancora in difetto, e decidendo quindi di fare di necessità virtù (in breve: bevendosi la tazzina così com’era). Il titolare del locale, curioso di sapere se almeno l’ultima tazza fosse di gradimento, mi chiedeva quindi un giudizio: rispondevo che avevo apprezzato lo sforzo ma il risultato era ancora lontano dalle aspettative. Allorché iniziava da parte del boss la solita cantilena: “ci tengo alla soddisfazione dei clienti”, “sono trent’anni che faccio il barista con passione”, “i clienti mi fanno i complimenti”, “vendiamo quantità importanti di caffè”, “i miei collaboratori mi seguono ciecamente senza fiatare”. Caso eclatante di eccesso di legittima difesa: insomma a fronte di un mio giudizio non entusiasta sulla tazzina il signore sfoderava un intero repertorio di grandi classici. Invece, tutto sommato, gli sarebbe stato molto più utile ricorrere alle cinque W di cui all’inizio: Chi? Cosa? Dove? Perché? Quando? Un’auto-analisi che ogni barista potrebbe farsi regolarmente, quasi fosse un tagliando morale. Chi sono io? Risposta auspicata: un professionista. Cosa faccio? Regalo momenti di gioia ai clienti. Dove mi trovo? Dietro al bancone del mio bar (e ci metto la faccia). Perché sono qui? Essere in questo luogo mi gratifica e mi dà energia positiva. Queste dovrebbero essere le risposte, segno di un amore vero per il proprio lavoro. Veniamo però all’ultima, forse quella più rilevante: quando sono qui? Se la risposta è “sempre”, consiglio di togliersi appena possibile il grembiule, saltare a piè pari il banco e correre furiosamente verso nuove esperienze e situazioni. Altrimenti si rischia di affogare nell’autoreferenzialità come il signore di cui sopra e cullarsi nell’idea di essere sempre i più bravi. Questo fino a quando qualcuno non apre un locale vicino al vostro dove la tazzina è migliore (applauso a scena aperta) o costa semplicemente meno (cori di disapprovazione, ma così va il mondo).


L’autore è Consigliere dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè e Amministratore del Centro Studi Assaggiatori www.assaggiatoricaffe.org