Buoni pasto: il 15 giugno non saranno accettati in bar e ristoranti

Mercoledì 15 giugno i pubblici esercizi (oltre a negozi di alimentari e supermercati) non accetteranno alcun pagamento effettuato tramite i buoni pasto.

La protesta, promossa a livello nazionale da Fipe-Federazione italiana pubblici esercizi, Fida- Federazione italiana dettaglianti alimentari, Federdistribuzione, Confesercenti, Coop e Ancd- Associazione nazionale cooperative dettaglianti Conad, nasce con lo scopo di sollecitare le istituzioni in merito a una riforma dell’intero sistema che fa capo alle gare al massimo ribasso effettuate da Consip (la stazione appaltante per il servizio di buoni pasto all’interno della pubblica amministrazione) per comprare i ticket spendendo il meno possibile.

Con questa giornata di sospensione del servizio vogliamo sensibilizzare i lavoratori e più in generale i consumatori sulle gravissime difficoltà che le nostre imprese vivono quotidianamente a causa delle elevate commissioni che dobbiamo pagare sui buoni pasto. Parliamo di una vera e propria tassa occulta che supera anche il 20% del valore del buono”, – ha detto Aldo Mario Cursano, vice presidente di Fipe-Confcommercio.

La riforma delle gare 

“Consip effettua le gare solo nominalmente con il sistema dell’offerta economicamente più vantaggiosa mentre, di fatto si traduce, nell’aggiudicazione a chi offre il prezzo più basso”, spiegano in una nota le diverse sigle, sottolineando come nel corso delle ultime due gare, – 2018 e 2020 – gli esercenti si sono trovati a pagare commissioni medie del 19,8% (BP8) e del 17,80% (BP9).

“Questo meccanismo – sostengono ancora le organizzazioni – finisce per scaricare il risparmio della pubblica amministrazione sui pubblici esercizi e sulla distribuzione commerciale (il livello di sconti, una volta sdoganato dal pubblico, diventa di riferimento anche per le gare private, ndr). Per ciascun buono da 8 euro il bar, il negozio alimentare o il supermercato ne incassa poco più di 6. Una volta scalati anche gli oneri di gestione (conteggio, spedizione, pos, ecc.) e quelli finanziari si registra un deprezzamento del 30%: ogni 10mila euro di buoni incassati, gli esercizi convenzionati perdono circa 3mila euro”.

E ancora: “Vero è che grazie al massimo ribasso lo Stato, ovvero tutti noi, risparmia fino al 18-20% sul valore facciale dei buoni, ma è un costo che di fatto viene poi pagato dagli esercizi in cui viene speso il ticket. I margini degli esercizi commerciali italiani però così si riducono sempre più, e con l’attuale situazione, tra inflazione e caro energia, la bolla rischia di esplodere”. 

Per questi motivi, le associazioni hanno da poche settimane sottoscritto un manifesto nel quale si chiede la riforma del sistema sulla base di due punti fondamentali: la salvaguardia del valore nominale dei titoli – un buono da 8 euro deve valere 8 euro anche per l’esercente – e la definizione di tempi certi di rimborso da parte delle società emettitrici. Il motivo? I tempi dei pagamenti non sono mai immediati e spesso le aziende offrono pagamenti a sette giorni solo in cambio di ulteriori rialzi delle commissioni. Considerando anche costi di spedizione e spese POS per i buoni pasto elettronici, si arriva quindi a un taglio del 30% del valore nominale dei voucher per i commercianti. 

Niente più ticket in futuro?

“Dopo ripetuti appelli sulla necessità di riformare questo sistema, ai quali non abbiamo avuto risposta, siamo intenzionati a portare avanti iniziative più incisive – dice Alberto Frausin, presidente di Federdistribuzione -. È necessario porre all’attenzione del Governo su una situazione che è ormai economicamente insostenibile, con commissioni non eque, le più alte d’Europa”. 

Se non ci sarà una riforma radicale del sistema di erogazione dei ticket, infatti, le imprese della distribuzione commerciale e della ristorazione potrebbero smettere di accettarli. Per questo motivo, dicono le sei associazioni di rappresentanza per ristorazione e distribuzione alimentare, è importante che “la prossima gara Consip da 1,2 miliardi di euro non venga aggiudicata con gli sconti delle precedenti perché saremo noi a pagarli per di più in un momento in cui le imprese sono a rischio per gli insostenibili aumenti dei costi dell’energia e delle materie prime”.

Prima del Covid, circa 10 milioni di lavoratori pranzavano quotidianamente fuori casa. Di questi, circa 3 milioni avevano diritto ai buoni pasto, mentre il 64,7% li utilizzava come prima forma di pagamento. Prima dell’introduzione dello smart working, nel 2019 erano stati emessi in Italia 500 milioni di buoni pasto, di cui 175 milioni acquistati dalle pubbliche amministrazioni. In totale, ogni giorno, si stima che vengano utilizzati 13 milioni di ticket nella rete di bar, ristoranti, supermercati e altri esercizi convenzionati.