Buoni pasto, l’allarme delle associazioni: “Serve una riforma”

C’era una volta il vecchio e buono pasto. Tanto gradito dai dipendenti quanto dalle imprese in virtù delle agevolazioni fiscali. Oggi però, complici due anni terribili di pandemia ma anche le gare per la pubblica amministrazione sempre più a maggior ribasso di Consip, il buono pasto, così com’è concepito, è diventato proprio indigesto per i pubblici esercizi e per le mense.

Senza una riforma radicale dell’intero sistema di erogazione, è il grido d’allarme di tutte le associazioni di categoria riunite, le imprese della distribuzione commerciale e della ristorazione potrebbero smettere di accettare i ticket. Un danno enorme per circa 3 milioni di lavoratori pubblici e privati che utilizzano quotidianamente questo strumento per assicurarsi il pasto.

A denunciare la situazione è il manifesto firmato da tutti i presidenti delle sigle riunite presso la sede di Fipe-Confcommercio. Ovvero Alessandro Beretta, segretario generale ANCD Conad, Marco Pedroni, presidente Coop Italia e ANCC Coop, Giancarlo Banchieri, presidente FIEPeT Confesercenti, Alberto Frausin, presidente Federdistribuzione, Donatella Prampolini, presidente FIDA e Lino Enrico Stoppani, presidente Fipe-Confcommercio.

La proposta di riforma

Secondo le associazioni, la riforma del sistema dei buoni pasto deve partire da due punti fondamentali: la salvaguardia del valore nominale dei titoli – un buono da 8 euro deve valere 8 euro anche per l’esercente – e la definizione di tempi certi di rimborso da parte delle società emettitrici.

Prima dello scoppio della pandemia, circa 10 milioni di lavoratori pranzavano quotidianamente fuori casa. Di questi, circa 3 milioni beneficiavano di buoni pasto e il 64,7% li utilizzava come prima forma di pagamento, ogni volta che usciva dal proprio luogo di lavoro. Complessivamente si stima che nel 2019 siano stati emessi in Italia 500 milioni di buoni pasto, di cui 175 milioni acquistati dalle pubbliche amministrazioni, che li hanno messi a disposizione di 1 milione di lavoratori. In totale, ogni giorno i dipendenti pubblici e privati spendono nei bar, nei ristoranti, nei supermercati i e in tutti gli esercizi convenzionati 13 milioni di buoni pasto.

In attesa della prossima gara Consip BP 10

La stazione appaltante per il servizio di buoni pasto all’interno della pubblica amministrazione, Consip, effettua le gare solo nominalmente con il sistema dell’offerta economicamente più vantaggiosa mentre, di fatto si traduce, nell’aggiudicazione a chi offre il prezzo più basso. Nel corso delle ultime due gare, 2018 e 2020, gli esercenti si sono trovati a pagare commissioni medie del 19,8% (BP8) e del 17,80% (BP9).

Questo meccanismo finisce per scaricare il risparmio della pubblica amministrazione sui pubblici esercizi e sulla distribuzione commerciale. Per ciascun buono da 8 euro il bar, il negozio alimentare o il supermercato ne incassa poco più di 6. Una volta scalati anche gli oneri di gestione (conteggio, spedizione, pos, ecc.) e quelli finanziari si registra un deprezzamento del 30%: ogni 10mila euro di buoni incassati, gli esercizi convenzionati perdono circa 3mila euro. Inoltre lo sconto o commissione che si aggiudica Consip finisce per fare da benchmark anche per il settore privato, benché rappresenti poco più di un terzo del giro d’affari complessivo.

Il nodo dei costi

L’accusa è chiara: lo Stato pretende di finanziare la propria spending review, scaricando i costi sull’ultimo anello della catena. Ad oggi si rischia che il costo sostenuto dal mondo della ristorazione con il sistema dei buoni pasto sia addirittura superiore, in termini di valore, all’ultima tornata di ristori destinati al settore (circa 40 milioni di euro). Una distorsione cui le imprese chiedono di porre rimedio immediatamente, cominciando dalla prossima gara Consip.