pubblici esercizi
15 Aprile 2014
Così come un Bar non è solamente “un posto dove consumare”, alimenti e bevande non sono “prodotti qualunque”. Non soltanto perché da sempre il cibo è il mezzo principe attraverso cui i territori e le culture del mondo esprimono la loro fantasia e le loro forme di socialità. Il cibo è la nostra fonte di vita, di gioia, di benessere e, talvolta, di malattia. Il verbo “nutrire” in latino vuol dire anche “allevare” ed “educare”: significati da recuperare, soprattutto oggi che un terzo degli abitanti del mondo sono obesi o sovrappeso e che si fa sempre più urgente e generalizzata l’esigenza dei consumatori di mangiare sano.
“Nutrizione” dunque come parola chiave non solo di Expo 2015, ma di tutti i ristoratori proiettati verso il futuro. Una nutrizione intesa in un duplice senso: non solo salute individuale ma anche benessere collettivo, da portare avanti in primis attraverso la lotta agli sprechi alimentari, tragico simbolo di un pianeta spaccato tra miseria ed eccessi. Il successo commerciale delle attività che si fanno portatrici di questa nuova idea di nutrizione è davanti agli occhi di tutti: dal ristorante Myke a Milano, amatissimo dai recensori TripAdvisor, la cui filosofia è “mangiare bene per stare meglio”, alla riscoperta della cucina macrobiotica da parte dei più giovani, senza dimenticare il boom del bio fuori casa e il diffondersi nelle città di negozi dove è possibile fare la “spesa sfusa”, limitando inquinamento e sprechi.
Certo, questi trend di consumo per il momento sono quasi unicamente prerogativa di una piccola fetta di consumatori consapevoli; i ragazzi in età da liceo continuano ad abbuffarsi ai fast food, la crisi economica riempie i discount e penalizza la ricerca della qualità, i bambini italiani rimangono in cima alle classifiche dell’obesità infantile in Europa. Tuttavia, se “nutrire” significa anche “educare”, spetta a noi scegliere che tipo di futuro vogliamo.
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Massimo Airoldi (@massimoairoldi)
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Massimo Airoldi (@massimoairoldi)
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