Florestano Morroni e Virginie Doucet: disoccupati, al verde, ma tenaci

Le storie di Florestano Morroni e Virginie Doucet sono toccanti, positive ed emblematiche della grinta che nonostante tutto dimostra la categoria bartender

È passato un anno dal primo lockdown rigoroso e severo, che bloccò davvero tutta Italia.
Allora, quando parlavo con voi bartender, eravate tutti d’accordo: i due mesi di blocco erano un sacrificio da fare per la salute pubblica. Molti (non tutti) siete riusciti anche a viverli quasi come una vacanza, con positività, apprezzando l’opportunità di godersi di più la famiglia, dedicarsi a studio e hobby, passare maggior tempo con il partner. Dodici mesi dopo, con la prospettiva di una seconda Pasqua in lockdown e con alle spalle oltre cinque mesi di coprifuoco alle 22 e di divieto di somministrazione dopo le 18 nei locali pubblici (Sardegna a parte, oggi in zona bianca), lo scenario è decisamente diverso. Regna lo sconforto. E molti di voi sono disoccupati.

CHI NON VEDE UN EURO DA CINQUE MESI
Chi lavorava senza paracadute, con ruoli di consulente o collaboratore, ora è davvero in difficoltà. Tanto che qualcuno di voi è stato costretto a tornare a vivere con i propri genitori dopo anni lontano da casa. È il caso, per esempio, di Florestano Morroni, 43 anni, separato e papà di un bimbo di cinque anni. Romano, innamorato di Milano, finalmente era riuscito a coronare il sogno di lavorare nel capoluogo lombardo a fine febbraio 2020 nell’ambito della Fashion Week. “La gioia è durata poco. Sono fuggito da Milano appena terminata la settimana della moda con in mano un contratto in una bella struttura al lago. Ma dopo quattro giorni dal mio arrivo, è stato dichiarato il lockdown nazionale e mi sono trovato a vivere da solo in compagnia di una papera. Poi, dopo l’estate, la mia vita è stata tutta una caccia al lavoro. Mi sono spostato seguendo l’indice RT prima, le fasce di colore dopo. Senza successo, perché adesso è tutto fermo. E, a un certo punto, mi sono arreso e sono tornato a vivere dai miei. Che sono deliziosi, ma a 43 anni trovo comunque frustrante essere a carico dei genitori. Senza contare che in questi dodici mesi sono riuscito a vedere pochissimo mia figlia, che vive con la mamma. Sono provato e affaticato. Tuttavia, non smetto di credere in un futuro migliore e nella necessità di impegnarsi in prima persona per cambiare il sistema e suggerire nuove strade che aiutino la ripresa”.

CHI VIVE DI DISOCCUPAZIONE
Chi aveva un contratto a termine, come Virginie Doucet, per lo meno riceve la disoccupazione. Che aiuta ad arrivare a fine mese, ma non è facile vivere senza uno scopo professionale e isolati dagli altri. Lo racconta lei stessa, in modo decisamente toccante: “Come sto? Sto come una chiusa da cinque mesi a casa a grattarsi la patata e a sentirsi in colpa per qualcosa di cui non ha il controllo. Da un lato, mi sento fortunata per essere disoccupata. Almeno prendo due euro in più di quanto prendessi in Cassa Integrazione. Che, tra l’altro, mi dicono non stia arrivando. Ma fortunata, no, è troppo. Certo, riesco a pagare tutti i mesi l’affitto e le bollette. E riesco persino a fare una bella spesa -alla Lidl– quando mi accreditano il sussidio di disoccupazione. Ma poi, a fine mese, mi ritrovo a mangiare patate e pasta, a volte in bianco, perché sono povera come una merda. Come sto, quindi? Ti dico che sto ok, perché ho 30 anni e la salute. Per ora, visto che fumo il doppio di prima. Accendo una sigaretta dietro l’altra. Mi sento stanca, triste, indolente. Insomma faccio fatica, ma non mi arrendo. Bisogna comunque alzare la testa, mettere un piede davanti all’altro perché prima o poi le cose cambieranno”.