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24 Aprile 2020

La ristorazione ai tempi del coronavirus

di Manuela Falchero


La ristorazione ai tempi del coronavirus

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Inventare il futuro che non c'era

Occorre lavorare fin da ora per ripartire. E per questo servono regole nuove e più semplici, politiche innovative, risorse a sostegno di buoni investimenti. È l’appello del presidente della Federazione, Lino Enrico Stoppani.

L’effetto coronavirus potrebbe generare un vero e proprio tsunami: c’è chi parla di 50mila chiusure, o meglio, non riaperture, nel pubblico esercizio. Basta questo dato a dare la misura dell’impatto che la serrata del canale horeca rischia di avere a crisi superata. «Se si avvereranno le previsioni più ottimistiche di Prometeia e a maggio potremmo avviare una ripresa lenta e selettiva – afferma il presidente di Fipe, Lino Enrico Stoppani – il sistema Italia lascerà sul terreno almeno 4 punti di Pil e con un calo di consumi di 52 miliardi di euro, rischiando la chiusura di un’impresa su dieci. Se basteranno 4 o 5 mesi per ripristinare la normalità. Solo a fine ottobre si potranno fare i conti dei danni subiti. E in questo quadro, non vi è dubbio purtroppo che il fuori casa e il turismo con il suo indotto pagheranno un prezzo altissimo, il prezzo più alto tra i settori economici del Paese».

LE RICHIESTE ALLE ISTITUZIONI
Inutile nasconderlo, dunque, la situazione è critica. E richiede azioni tempestive. «Siamo consapevoli dell’urgenza – continua Stoppani –: Fipe è infatti impegnata in una corsa contro il tempo per concordare con il Governo interventi per mettere in sicurezza quante più aziende possibile. Tante richieste per il settore erano in realtà già state valutate e fatte rientrare, grazie all’azione congiunta con Confcommercio, nel D.L.“Cura Italia”: penso all’estensione degli ammortizzatori sociali anche alle imprese con meno di 15 dipendenti, al differimento delle prime scadenze fiscali e contributive spostate almeno al 30 settembre e con dilazioni di 24 mesi, al rafforzamento con 1 miliardo della dotazione del Fondo Centrale di Garanzia per il credito, con un incremento della garanzia pubblica all’80% del prestito, che arriva al 90% con la contro-garanzia.

Ora siamo concentrati sull’annunciato Decreto Legge di Aprile, affinché si rafforzino le misure a sostegno della liquidità delle imprese. E questo su due fronti. Il primo è quello della “moratoria fiscale”, e del ristoro ovvero dell’indennizzo a favore di chi ha subìto cadute di fatturato e danni. Il secondo, invece corrisponde all’impulso all’erogazione del credito e al riconoscimento sul piano delle relazioni commerciali e dei rapporti contrattuali della conseguenza dell’epidemia Covid-19 come “causa di forza maggiore”. Sotto questo cappello, rientrano voci nevralgiche per la sopravvivenza di molti operatori: penso alla moratoria delle utenze di luce e gas, alla sospensione dei mutui, ma anche al blocco degli sfratti per morosità, perché in molti potrebbero non pagare gli affitti per mancanza di ricavi in questo periodo. Nell’agenda poi non possono mancare altri interventi sul terreno sociale e della difesa del lavoro, dipendente e autonomo».

Ma occorre anche non perdere di vista ciò che si prospetta al termine del periodo emergenziale. «Con realismo – sostiene Stoppani – sappiamo che qualsiasi contributo pubblico non compenserà mai integralmente i danni – cessanti ed emergenti – scaricati sulle imprese; così come siamo consci che il ritorno alla piena normalità richiederà tempi medio/lunghi, soprattutto nel settore dei Pubblici Esercizi, destinato probabilmente ad essere tra gli ultimi a riaprire. Lavoriamo, però, per ripartire e per questo serviranno nuove più semplici regole, politiche innovative, risorse a sostegno di buoni investimenti mirati a dare impulso alla domanda. Mario Draghi ha detto con una frase molto ripresa che “i costi dell’esitazione potrebbero essere irreversibili”. Una grande verità, come quella, peraltro, che non ci sarà più il futuro di una volta. Saremo costretti, con un paradosso temporale, a inventarci un futuro che solo qualche settimana non esisteva».

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Uniti si vince
Il direttore generale Roberto Calugi racconta le iniziative messe in campo per dare sostegno e voce all’intero settore.

Non è il momento di fare distinguo. Piuttosto è l’ora di compattare le forze per fronteggiare il “nemico”, ovvero l’emergenza Covid-19. È questa la linea guida dell’azione messa in campo da Fipe per affrontare la durissima prova imposta dalla quarantena. «Con i suoi 100.000 iscritti – afferma il direttore generale Roberto Calugi – siamo l’associazione più rappresentativa del comparto. E proprio in questa prospettiva, ci vogliamo fare interpreti delle istanze e della necessità di tutti gli operatori, indipendentemente dal fatto che si tratti di nostri associati. Da qui la decisione di rendere disponibili a tutti i contenuti presenti sul nostro sito e sui nostri canali social. Diamo così l’opportunità a chi ne fosse interessato di rimanere costantemente aggiornato sulle novità che riguardano la categoria».

NORME SOTTO LA LENTE
In particolare, il sito dell’Associazione rappresenta una finestra aperta sui due fronti normativi che toccano l’operatività dei pubblici esercizi. «Da un lato – spiega Calugi – comunichiamo le novità relative ai Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri in tema di limitazione delle libertà individuali e d’impresa, dando un’informazione che tiene conto di tutte le diverse indicazione legislative. Per portare un esempio concreto, abbiamo fatto chiarezza sulla possibilità di continuare ad effettuare servizi di delivery in funzione delle diverse disposizioni regionali. Si tratta di un servizio molto apprezzato e utilizzato, come confermano i numeri: arriviamo a registrare picchi di 50.000 visualizzazioni per notizia. Dall’altro lato, riportiamo le norme relative all’area economico- fiscale. Qui vengono raccolte le fonti originali e sono disponibili alla libera consultazione puntuali e sintetiche infografiche che permettono anche ai non addetti ai lavori di orientarsi in una materia non certo di facile comprensione. Per passare anche in questo caso dalla teoria alla pratica, abbiamo per esempio dato chiarimenti in merito alla sospensione degli adempimenti e dei versamenti dei contributi previdenziali e assistenziali».

IL RUOLO ISTITUZIONALE
Naturalmente Fipe prosegue poi nella sua principale missione costitutiva: fare sintesi degli interessi della categoria che rappresenta a livello nazionale. «Stiamo intervenendo con forza nel dibattito politico ed economico italiano – racconta Calugi – con l’obiettivo di far trovare accoglienza alle istanze del settore. Un’azione che ha portato già risultati: se i Pubblici esercizi sono stati inseriti nell’elenco delle attività da tutelare, possiamo dire senza falsa modestia che una parte del merito va riconosciuto proprio a Fipe. Di certo, però, abbiamo ancora molta strada da fare. In primis, infatti, dovremo lavorare per superare una criticità strutturale del settore, l’eccesso di liberalizzazione nell’accesso all’attività, che ha portato a un alto numero di realtà sottocapitalizzate». Sempre per ottemperare al ruolo di raccordo del settore, Fipe ha inoltre attivato l’intera rete di dirigenti presenti capillarmente in tutte le Province del Paese. «Attraverso questo network – precisa Calugi – forniamo servizi di assistenza di carattere legale, sindacale e di accesso al credito, dando supporto a migliaia di operatori che con dignità stanno reagendo allo stravolgimento delle proprie prospettive imprenditoriali».

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Conti in rosso, mancano 21 miliardi
Luciano Sbraga, vice direttore generale e direttore dell’Ufficio Studi, lancia l’allarme: la crisi potrebbe costare un quarto dei ricavi del settore nel solo 2020.
Sempre che a maggio si possa procedere a una graduale riapertura dei locali.

Lo stop imposto dall’emergenza coronavirus potrebbe mandare in fumo un quarto del giro d’affari annuo dell’intero settore dei consumi fuori casa. Le stime elaborate da Fipe testimoniano, nella immediatezza dei numeri, la serietà della situazione. «A bocce ferme e cioè basandoci sulle informazione attualmente disponibili che parlano di una graduale apertura dei locali a partire dal mese di maggio – spiega Luciano Sbraga, vice direttore generale e direttore Ufficio Studi di Fipe –, stimiamo che a fine 2020 il settore registrerà una perdita di ricavi di 21 miliardi di euro, pari al 25% del valore annuo complessivo del settore. Il conto è presto fatto: per ogni mese di chiusura occorre imputare 8,3 miliardi di mancati introiti. La serrata generale costerà quindi circa 16,6 miliardi. E a questi si dovrà aggiungere il costo di un secondo semestre che, nella migliore delle ipotesi, marcerà a ritmi molto ridotti: dovremo infatti attenderci un sostanziale fermo del turismo internazionale e un andamento debole di quello interno, frenato dagli effetti di una presumibile perdita di potere d’acquisto da parte delle famiglie italiane». Poco contribuiscono, in questo scenario, le nicchie cui è consentito continuare la propria attività anche in questo periodo di quarantena. «Il delivery – precisa Sbraga – resta una voce residuale del sistema, su cui incide soltanto per circa 1 miliardo di euro l’anno. E anche chi ha scelto di organizzare questo servizio sulla scorta dell’emergenza, non potrà contare su ritorni economici importanti. Quanto invece alla ristorazione autostradale, va considerato il forte abbattimento di traffico imposto dalle misure di limitazione della mobilità adottate dal Governo, con conseguenti riflessi negativi sul fronte degli incassi».

CONTRATTI A RISCHIO
A questi dati si devono poi affiancare anche relativi ai livelli occupazionali legati all’Horeca. «La crisi inciderà su due fronti – prevede Sbraga –. Il primo sarà quello dei contratti a termine: le 240.000 persone di norma impegnate a lavorare nel periodo estivo presso bar, ristoranti, stabilimenti balneari non saranno presumibilmente ingaggiate in questo 2020. Le attività prettamente stagionali, se potranno aprire, lo faranno a ranghi ridotti; quelle invece che sono solite incrementare il personale durante la bella stagione, molto probabilmente faranno leva sul solo personale stabilmente in organico. Vi saranno poi da valutare anche – e qui si apre il secondo fronte – le conseguenze che la serrata produrrà sui contratti a tempo indeterminato. Al momento, appare però prematuro fare proiezioni».

LE INCOGNITE DELLA RIPARTENZA
Prematuro è anche ipotizzare tempi e modi della ripresa, perché molto dipenderà dalle misure di sicurezza e prevenzione che la accompagneranno. «Possiamo immaginare – anticipa Sbraga – che i diversi canali dovranno fronteggiare problematiche differenti. Il mondo del bar, che sarà penalizzato da circa il 30% della complessiva perdita stimata per il 2020, dovrà fare i conti con spazi dei locali piuttosto ristretti, ma potrà anche contare sul vantaggio di offrire occasioni di consumo funzionali, alle quali si può rinunciare con difficoltà. I ristoranti tradizionali invece, su cui pesa il restante 70% dei mancati incassi, sconteranno il fatto di essere legati per loro natura a momenti di forte e diffusa convivialità, che potrebbero essere limitati ancora a lungo».

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TAG: MARCO BERETTA,LINO ENRICO STOPPANI,LUCIANO SBRAGA,RISTORAZIONE,ROBERTO CALUGI,CORONAVIRUS,MIXER 325

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