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E il passaparola di chi l’ha assaggiata

è la cartina al tornasole del nostro

messaggio. Un modo, insomma, per

identificaremolto chiaramente il pro-

dotto e dare garanzia di qualità. Poi

ci sono le patate, fresche non sur-

gelate, selezionate in Abruzzo, e 50

tipi di birra artigianale”. Ma anche il

legame con i prodotti del territorio,

altro grande diktat di questi anni,

funziona: “In ogni città proponiamo

un hamburger con un ingrediente

tipicodel posto e una birra artigianale

locale”. Nonmanca il gluten-free: per

gli intolleranti, i celiaci, chi segue la

moda. E il vegetariano, perché in un

gruppo di amici che vanno fuori a

cena, sempre più spesso c’è chi non

mangia carne, e, pur in minoranza,

influenza la scelta del locale. È un

prodotto camaleontico insommaque-

sto hamburger, in linea perfetta con

i nuovi consumi e stili di vita.

LAFORZADELBRAND

. Secondo la

società canadese di ricerche Techno-

mic, gli hamburger sono consumati

al ristorante più dagli uomini che

dalle donne (48% contro il 35%), e le

caratteristiche ritenutepiù importanti

sono la qualità e il gusto della carne,

seguiti dal rapporto qualità prezzo,

dalla qualità della farcitura e infine

del pane.

La qualità si trasmette in vari modi,

“è importante la certificazione e l’ori-

gine, il nome. C’è tutto un ‘marketing

della carne’ che è fondamentale per

emergere dalmercato, perché il clien-

te richiede al ristoratore continuità e

una qualità costante, che permette

di creare un rapporto continuativo

e di fidelizzarlo. La tendenza oggi è

questa: si mangia meno carne, ma si

ricercano prodotti di qualità” – con-

ferma

Luca Lunati

, che da qualche

mese è entrato in Cic in qualità di

buyer di riferimento per il settore

carni, dopo una lunga esperienza

lavorativa in Marr.

L’OPINIONE DEL BUYER

Tutto italiano

Cic propone un suo

hamburger a marchio.

Le caratteristiche?

“Carne di provenienza

esclusivamente italiana

e un contenuto di grasso

del 15% almeno” - spiega

Lunati. Sono quattro le

referenze: da 100, 110,

150 e 180 grammi.

Le catene simbolo del fast food sono pronte a invadere

l’Italia? Cosi sembra. L’anno scorso ha visto il debutto

di un “pezzo grosso” della ristorazione USA: Domino’s,

che ha aperto in sordina, in una zona defilata di Milano,

il suo primo locale. Propone una pizza all’americana, non

particolarmente attraente per i nostri palati ma che punta

su nuove tecnologie nel locale e servizio veloce.

Nella fascia degli hamburger tradizionali, baluardo del fast

food, Burger King si prepara a sfidare McDonald’s grazie a

un imponente piano di espansione, che porterà all’apertura

di 300 nuovi locali entro il 2020 (oggi sono 144 contro

i 530 di McDonald’s). Non solo in franchising (modello

tenuto dall’ingresso nel 1999 in Italia), ma anche a gestione

diretta: lo sono il 60% delle 33 aperture previste per il 2016.

Carne fast food però non significa solo hamburger.

Kentucky Fried Chicken è arrivato nel 2014 a Roma e

oggi ha sei locali e un prodotto testato, un classico che

sta vivendo un revival presso i consumatori negli States

(favorito dalla “miglior stampa” della carne bianca

rispetto alla rossa), e che sembra destinato a un buon

successo anche da noi.

Tanto che potrebbe essere il pollo fritto la “next big

thing”, il prossimo fast food di successo.

O magari un ibrido tra i due, come il Chicken Fried

Sandwich che va per la maggiore a New York: ha il

vantaggio di essere fatto di carne bianca, considerata più

salutare, e potrebbe dunque avvicinare consumatori che

della rossa hanno deciso di fare a meno.

Nel fast food, catene straniere alla conquista dell’Italia

Luca Lunati