Il 14 settembre 2016 entrava in vigore la legge 166, la legge antispreco conosciuta anche come legge Gadda, dal nome della prima firmataria Maria Chiara Gadda. Anna Prandoni su Gastronomika ricostruisce come, dieci anni dopo, il suo raggio d'azione si sia esteso ben oltre gli alimenti, fino a comprendere medicinali, prodotti per l'igiene, tessili, arredi e, da questa estate, anche piante e fiori. Gadda lo racconta come un cambio culturale prima ancora che normativo: aggiungere i giocattoli significa riconoscere il gioco come priorità, i fiori dicono che chi attraversa un momento di difficoltà economica ha comunque diritto alla bellezza, non solo al bisogno. La leva che ha reso possibile questa espansione è tecnica: il bene donato agli enti del terzo settore viene equiparato fiscalmente a un bene distrutto, eliminando uno dei principali ostacoli alla donazione. Intorno a quel meccanismo si sono strutturate competenze nuove, sia nelle imprese sia nel terzo settore, ma restano colli di bottiglia concreti: recuperare le piccole eccedenze diffuse di bar, ristoranti e mense richiede mezzi, celle frigorifere e personale disponibile negli stessi orari in cui quelle eccedenze si generano, una logistica molto più complessa che ritirare da un unico grande magazzino. Il punto che riguarda più da vicino il fuori casa è la distinzione che Gadda traccia tra la 166 e misure come la doggy bag imposta per obbligo: spostare una porzione dal piatto a un contenitore che finisce comunque nel cestino significa solo spostare il rifiuto lungo la filiera, non evitarlo. La legge, basata sulla volontarietà e sulla convenienza fiscale più che sull'obbligo, prova a intervenire prima che il cibo diventi rifiuto, e per bar e ristoranti resta soprattutto una domanda di infrastruttura pratica: chi si occupa del recupero, quando, e con quali mezzi.