Danil Nevsky: «Il vero rischio per un bar è trasformarsi nel vanity project del suo fondatore»

Il bersaglio dell'editoriale non sono i grandi nomi della mixology, ma un modello di leadership alimentato dai social media, dalle classifiche e dall'economia dell'attenzione.

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Quando un bar smette di essere costruito per clienti e squadra e diventa il palcoscenico di una sola persona? È la domanda che si pone Danil Nevsky, quinto nella Bar World 100 2026 e tra le voci più influenti della mixology internazionale, in un editoriale pubblicato da Drinks International. La sua risposta ruota attorno a un concetto preciso: il vanity project. Per Nevsky ogni bar nasce, in fondo, da un atto di ego. Qualcuno pensa di poter fare meglio degli altri, individua uno spazio di mercato o semplicemente vuole creare un luogo che ancora non esiste. L'ego non è quindi il problema. Il problema nasce quando tutta l'energia del locale finisce per alimentare una sola persona invece dell'organizzazione. L'autore invita a osservare alcuni segnali. Nei vanity project il merito sale sempre verso il vertice, mentre le responsabilità scendono verso la squadra. Il leader ringrazia pubblicamente il team, ma difficilmente condivide davvero potere, quote societarie, opportunità o visibilità. L'umiltà, scrive Nevsky, non si misura nei discorsi pronunciati durante una premiazione, ma nella disponibilità a cedere spazio agli altri. Un altro indicatore riguarda la crescita delle persone. I bar sani generano nuovi imprenditori: bartender che lasciano il locale per aprire un proprio progetto, spesso con il sostegno dei fondatori. I vanity project, invece, producono dipendenza. Chi lavora nel team resta indispensabile per far funzionare il locale, ma non riceve mai l'autonomia necessaria per costruire qualcosa di proprio. «Un traguardo che continua a spostarsi», scrive Nevsky, «non è un traguardo: è un guinzaglio».
Il bersaglio dell'editoriale non sono i grandi nomi della mixology, ma un modello di leadership alimentato dai social media, dalle classifiche e dall'economia dell'attenzione. In un settore sempre più competitivo, osserva Nevsky, è facile confondere l'influenza personale con il valore di un'organizzazione. Per questo invita a porsi una domanda semplice: se domani il fondatore lasciasse il locale, il bar continuerebbe a essere grande oppure perderebbe tutta la sua magia? È qui che, secondo lui, passa la differenza tra un'istituzione e un vanity project. Un grande bar trasferisce progressivamente il proprio valore alle persone che lo abitano e alla cultura che riesce a costruire. Un vanity project, invece, non può permettersi che la magia lasci il suo fondatore, perché è proprio da quella dipendenza che trae la propria identità. Più che una critica a singoli protagonisti, quello di Nevsky è un invito a riflettere sul futuro della professione. «Il rischio», conclude, «è che l'intero settore finisca per ammirare il tipo sbagliato di locale e il tipo sbagliato di essere umano, scambiando la fame di protagonismo di una persona per la forma che dovrebbe avere la grandezza». È probabilmente una delle analisi più lucide degli ultimi anni sul rapporto tra leadership, successo e cultura del bar.

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