Dal 29 maggio al 1° giugno Tikitaly torna a Livorno con bartender internazionali, Mai Tai, rum, surf music, exotica, carvers e cultura Tiki. Un festival che racconta le origini del Polynesian Pop e il ritorno della mixology tropicale contemporanea
Dal 29 maggio al 1° giugno 2026 il lungomare di Livorno si trasformerà in un avamposto del Pacifico immaginato. Cocktail tropicali, surf music, sculture polinesiane, rum, cultura pop americana e oltre sessanta ospiti internazionali arriveranno in città per la seconda edizione di Tikitaly, uno dei principali festival italiani dedicati alla cultura Tiki e alla mixology tropicale.
Ma il Tiki, prima di diventare un festival, un cocktail o un’estetica da bar, è stato soprattutto una gigantesca invenzione americana. Un immaginario nato negli anni Trenta mescolando Polinesia, Hollywood, voglia di evasione e cultura pop. Persino la parola tiki, che nelle tradizioni maori e marchesiane indica figure ancestrali e immagini sacre, negli Stati Uniti cambia significato e diventa il simbolo di un paradiso artificiale costruito tra bambù, rum e luci soffuse.
L’invenzione del paradiso
A dare forma per primo a quell’immaginario fu Donn Beach, al secolo Ernest Raymond Beaumont Gantt, che nel 1934 aprì un locale chiamato Don’s Beachcomber Café, destinato pochi anni dopo a diventare il celebre Don the Beachcomber. Non era un bar polinesiano. Era l’idea americana di un bar polinesiano: maschere, reti da pesca, tronchi d’albero, luci soffuse e drink potentissimi camuffati da innocue bibite fruttate. Un’evasione totale, nel pieno della Grande Depressione. Quello che Donn Beach aveva intuito prima di chiunque altro è che le persone non cercano soltanto un prodotto. Cercano un’esperienza, un altrove, una fuga temporanea dalla realtà. Il Tiki bar non era semplicemente un posto dove bere: era un luogo in cui poter essere qualcun altro, almeno per una sera. Negli anni Cinquanta e Sessanta il Polynesian Pop esplode nell’immaginario americano. Victor Bergeron aveva aperto nel 1934 a Oakland un locale chiamato Hinky Dink’s. Dopo avere visitato il Don the Beachcomber di Hollywood, nel 1937 trasformò il bar nel primo Trader Vic’s, contribuendo a definire l’estetica Tiki americana. Nel frattempo arrivano Elvis, Blue Hawaii, i B-movie ambientati in un Pacifico immaginario e un’intera cultura pop che trasforma l’esotico in fenomeno di massa.
Il ritorno del Tiki
Negli anni Settanta il Tiki entra in crisi. Arrivano il cinismo post-Vietnam, l’autocoscienza politica e la critica all’appropriazione culturale. Il Tiki diventa improvvisamente imbarazzante: troppo artificiale, troppo naïf, troppo costruito. I locali chiudono uno dopo l’altro. Negli ultimi anni, però, il movimento ha iniziato a interrogarsi sul proprio immaginario e sul modo in cui la cultura pop americana ha reinterpretato, spesso semplificandole, estetiche e simboli polinesiani. I bartender di nuova generazione hanno riscoperto la complessità tecnica di quei cocktail: blend di rum, succhi freschi, sciroppi fatti in casa, spezie e aromi con cui Donn Beach lavorava già novant’anni fa con una sofisticazione che la mixology contemporanea ha impiegato decenni a rivalutare. Dietro l’estetica giocosa del Tiki si nascondeva una sorprendente complessità tecnica.
Chi ha portato il Tiki a Livorno
Tikitaly nasce da questa consapevolezza. Luca Valdambrini ha costruito a Livorno il Surfer Joe, locale che dal 2003 ospita uno dei principali appuntamenti internazionali dedicati alla surf music. Negli anni è diventato un punto di riferimento per una comunità che tiene insieme musica, immaginario californiano e cultura underground. Daniele Dalla Pola è il pioniere italiano della cultura Tiki: ha fondato il Nu Lounge Bar a Bologna, diventato negli anni un riferimento assoluto per la scena italiana, ed è oggi attivo tra Stati Uniti e Messico con il progetto Kaona Room. È uno di quegli uomini che hanno trascorso decenni a studiare la cultura Tiki e cocktail simbolo come il Mai Tai, la cui origine continua ancora oggi ad alimentare discussioni e leggende. Paul Campese è scultore e carver: lavora il legno trasformandolo nelle figure simboliche che popolano l’universo Tiki. La statua che osserva il bancone non è soltanto decorazione, ma parte integrante dell’esperienza visiva del Tiki bar. Emanuele Codispoti porta invece l’esperienza degli eventi internazionali e la capacità di trasformare un’idea in qualcosa che possa essere vissuto davvero.
Un festival che è anche un manifesto
Il programma di Tikitaly 2026 ruota attorno a un principio semplice: il Tiki non è un genere, ma un approccio. I cocktail ci sono, naturalmente. Adam Rains del Golden Tiki di Las Vegas, Scott Schuder del Dirty Dick di Parigi, Jadran Huys del Maka Maka belga. In carta non mancheranno i grandi classici: Mai Tai, Zombie, Hurricane, Painkiller. La giornata conclusiva ospiterà la Tiki Master Cocktail Competition ideata da Dalla Pola, competizione che vedrà bartender da tutto il mondo confrontarsi nella reinterpretazione di una tradizione codificata senza tradirne lo spirito. Tikitaly prova a tenere insieme cocktail, musica, artigianato e cultura pop. I carvers, da Paul Campese ad Alex Thalhofer, da Tim Dyson a The Ru fino ad Andrea Cecconi, porteranno la scultura dal vivo sul lungomare. Guardarli lavorare significa osservare nascere oggetti che appartengono insieme all’artigianato, alla cultura pop e alla scenografia rituale del Tiki.
I symposium porteranno invece approfondimento e ricerca: Matt Pietrek, tra i maggiori esperti mondiali di rum, David Cordoba del Mr. Daiquiri di Barcellona e Stefan Inmke dalla Germania. Perché il Tiki senza storia rischia di ridursi a semplice scenografia. Con il contesto giusto, invece, diventa una lente attraverso cui leggere l’America del dopoguerra e il suo bisogno di evasione.
La musica è il respiro di tutto questo. Sul palco saliranno Sinfonico Honolulu, The Ukelites dalla Germania, L’Exotighost dalla Spagna, insieme a dj set e sonorità che attraversano surf music, lounge, atmosfere hawaiiane ed exotica. Proprio l’exotica, resa popolare da Martin Denny con l’album Exotica del 1957 a partire dalle intuizioni orchestrali di Les Baxter, contribuì a costruire la colonna sonora dell’immaginario Tiki americano: vibrafoni e percussioni tropicali, richiami di uccelli e atmosfere notturne che trasformavano il Pacifico in una fantasia sonora domestica. E poi c’è Mana Tahiti con la danza polinesiana: un legame diretto con le culture che, nel tempo, il mondo Tiki ha reinterpretato, trasformato e spesso reinventato attraverso lo sguardo occidentale.
Livorno non è casuale
C’è qualcosa di perfetto nel fatto che tutto questo accada a Livorno. Livorno è una città di porto, costruita sul commercio e sul passaggio. È una città laica in un paese cattolico, multiculturale per tradizione, abituata da secoli a ricevere mercanti, esiliati, idee che arrivano da lontano. E poi c’è il Surfer Joe, che dal 2003 dimostra che anche in Italia si può costruire un punto di riferimento internazionale per una sottocultura nata in California. Tikitaly è anche la conferma di quella intuizione.
A questo link lo shop per l’acquisto dei biglietti del festival.