Marco Dognini non ha dubbi: per un bartender, viaggiare e lavorare all’estero sono esperienze importantissime. E noi siamo d’accordo con lui. Barman e barlady, se potete vivere un’esperienza di lavoro fuori Italia fatelo.
Non è questione solo di imparare le lingue straniere (che sono sempre più indispensabili), ma anche di aprire la mente, trovare nuovi spunti di ispirazione e conoscere inediti sapori.
Marco Dognini ha mosso i primi passi dietro al bancone a 18 anni perché pensava che fare il barman “mi avrebbe permesso di viaggiare”. Classe 1992, da allora è sempre con la valigia in mano. Rientrato da poco a Milano, è stato in Australia, Mauritius, Asia e Stati Uniti. Prossima meta? “In fase di definizione”, risponde lui.
L'INTERVISTA
Chi sono i tuoi maestri?
Innanzitutto, il mio primo passo è stato seguire il corso di Flair Academy per approcciarmi al mondo del lavoro con una formazione di base. È stato utilissimo non solo per la infarinatura generale ma anche perché mi ha fatto capire quanto sia immenso e complesso il mondo della mixology. Inoltre mi ha permesso di cogliere le opportunità di questo settore. Ovvio, se ci si avvicina a questa professione con serietà e studio. Non meno importanti sono stati i miei numerosi viaggi in giro per il mondo, che mi hanno reso più consapevole di me stesso e più aperto di mente.
Com’è il tuo stile di miscelazione?
Classico, ma con un occhio alle tecniche e alle tendenze della mixology di oggi. Creo cocktail dai sapori riconoscibili, dalla bevuta semplice e sempre pensati sulla base dei gusti dell’avventore.
L’aspetto più faticoso del mestiere di barman?
A parte essere un lavoro fisicamente duro, per quanto mi riguarda ciò che più detesto è servire da bere ai colleghi!
Perché?
Perché purtroppo raramente i barman italiani vanno a bere in un altro locale per il piacere di godersi un drink. La maggior parte lo fa perché si diverte a provocare e a mettere in difficoltà il collega con richieste bizzarre od osservazioni.