Di alcune figure iconiche conosciamo soltanto un’immagine. Per Joséphine Baker è quella della gonnellina di banane. Dietro c’è la storia di un’artista che ha attraversato discriminazioni, successo e guerra, mettendo la propria notorietà al servizio della libertà. A lei era dedicato Café Joséphine. Parigi – New York – Venezia. Il sogno cosmopolita, il progetto performativo della Compagnia ADARTE di Siena presentato ieri sera all’Orient Express Venezia per la quinta Venice Cocktail Week. Con concept, regia e coreografia di Francesca Lettieri, danza contemporanea, musica dal vivo e costumi hanno riportato negli spazi dell’hotel le atmosfere dei café chantant. Un appuntamento culturale davvero riuscito, che invitava ad avvicinarsi anche alla donna dietro il personaggio.
La biografia di Joséphine Baker
Nata a Saint Louis, nel Missouri, nel 1906, Baker crebbe nella povertà e nell’America della segregazione razziale. Dopo le prime esperienze sui palcoscenici statunitensi, arrivò a Parigi nel 1925 con La Revue Nègre. Il successo la rese una delle protagoniste della scena parigina: ballerina, cantante e attrice, conquistò uno spazio di affermazione che il suo Paese d’origine le aveva negato. La sua presenza scenica giocava con le aspettative di un pubblico europeo affascinato da un immaginario esotico costruito su stereotipi razziali e sessuali. Baker li esasperava, usando il corpo, l’ironia e la provocazione per disarmarli. Una lettura che restituisce complessità anche a quel costume di banane, troppo spesso separato dalla personalità di chi lo indossava.
Durante la Seconda guerra mondiale entrò nella Resistenza e lavorò per i servizi segreti francesi. La celebrità e la possibilità di viaggiare le offrirono una copertura per l’attività di intelligence; organizzò inoltre spettacoli a sostegno delle truppe alleate. Nel dopoguerra continuò a impegnarsi contro il razzismo e nel 1963 intervenne alla Marcia su Washington, la stessa in cui Martin Luther King Jr. pronunciò il suo celebre discorso. Nel 2021 la Francia le ha reso omaggio accogliendola simbolicamente al Panthéon.
La cocktail list curata da Francesco Adragna
È a questa storia che la serata veneziana dedicava il proprio palcoscenico. Ad accompagnarla, la cocktail list curata da Francesco Adragna, bar manager del Wagon Bar, proponeva tre omaggi alla protagonista.
Il Josephine Baker recuperava una ricetta storica, presentata nel menu come un egg flip nato negli anni Trenta al Floridita dell’Avana. Nella versione della serata, Cognac, Porto rosso e liquore all’albicocca Monin si univano al tuorlo d’uovo, che conferisce a questa famiglia di cocktail la caratteristica consistenza ricca e cremosa. Il Banana Dance di Adam George Fournier (bartender statunitense e creatore originario di questo cocktail) richiamava il celebre costume di scena attraverso una composizione più articolata: Sherry Oloroso Lustau infuso alla banana, Irish whiskey, Golden Falernum The Bitter Truth infuso al burro nocciola, vermouth bianco Strucchi, liquore di noci Piemme e verjus. Una ricetta che accostava il riferimento immediato alla banana a ingredienti dalle componenti speziate, vinose e di frutta secca. Il Contemporary Baker riprendeva invece due elementi del cocktail storico, Cognac e liquore all’albicocca, affiancandoli al vermouth dry Strucchi. L’assenza del tuorlo e la sostituzione del Porto cambiavano struttura e consistenza, mantenendo riconoscibile il collegamento con la prima proposta.
Strucchi, sponsor della serata e presente in due delle tre ricette, aggiungeva un rimando anche attraverso l’immagine del prodotto: una delle sue etichette raffigura una ballerina nera ispirata proprio a Joséphine Baker. Nella manifestazione ideata e diretta da Paola Mencarelli, lo spettacolo e il lavoro del bar hanno così condiviso una protagonista e un contesto. Al centro restava Baker, con il suo talento e le sue scelte; nel bicchiere, tre modi per continuare a renderle omaggio.