DIC. GEN. 2017
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PRIMO PIANO
Non sono tutti uguali
Esistono almeno quattro business model tra coloro che operano nel
campo della ristorazione online, legati ai tre momenti fondamentali
dell’ordinazione, della preparazione del pasto e della consegna. Le
piattaforme pure come Just Eat, “only order”, si occupano solo di
gestire la fase dell’ordinazione: un modello di business relativamente
semplice e scalabile. Più sofisticate le piattaforme con consegna “order
and delivery”, come la britannica Deliveroo e la tedesca Foodora, che
liberano il ristoratore dall’incombenza di dotarsi di una rete di fattorini.
Tra le novità, le consegne in stazione, ai pendolari. In Italia ancora
nessun aggregatore appartiene al business model che prevede che
l’intera filiera produttiva (ordinazione, produzione e consegna) sia a
cura della compagnia, naturalmente dotata di una propria cucina. Ma
non mancano i “cooking on demand” che portano in casa del gourmet
un box con tutti gli ingredienti per preparare un piatto di haute cuisine:
nel caso di Quoni il ristorante è del tutto bypassato mentre nel caso di
Fanceat il box è preparato da un ristorante che propone al cliente una
ricetta del proprio menu.
che almeno 7 milioni di italiani (il
19%del campione)manifestavanouna
“intention to buy”, ovvero la volontà
di ricorrere al servizio. Peraltro, chi
fa ordinazioni online tende a farlo 4-5
volte al mese, contro le 1-2 di chi usa
metodi “analogici”, e spende molto
di più: 97 euro al mese contro 32-37
dei camminatori e dei ‘telefonatori’.
Tutto ciò senza considerare le conse-
gne in ufficio, sempre più frequenti
(un’opportunità da esplorare, specie
se siete in una zona in cui ce ne so-
no tanti).
ESSERCI O NON ESSERCI.
Un pro-
blemaoun’opportunitàper i ristoranti
tradizionali? Probabilmente entrambe
le cose. Da un lato c’è il rischio di
perdere clienti, dall’altro la chance
di guadagnarne. Da un lato è un mo-
do per esserci e per farsi conoscere,
dall’altromodifica ilmododi lavorare.
Daun latonecessitauno scattomenta-
le non da poco, dall’altro permette di
aumentare i coperti virtuali, evitando
i costi del servizio nel ristorante.
Quel che è certo è che, non essendoci
in Italia ancora compagnie “fully in-
tegrated”, che cioè hanno una cucina
propria, gli aggregatori, almeno per
ora, devono servirsi dell’opera dei
ristoranti tradizionali. I quali hanno
quindi l’opportunità di raggiungere
a casa la propria clientela sempli-
cemente pagando una commissione
alla app, in genere il 10-15% in caso
di “order only”, fino al 30% per gli
“order and delivery”. Cifra in genere
pagata dal cliente con un supple-
mento sul conto o dal ristoratore che
rinuncia a parte del suo guadagno.
ATTENZIONE AI TEMPI.
Certo, i
ristoranti che giocano la partita del
delivery si trovano davanti nuove
sfide come quella della tempistica.




