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DIC. GEN. 2017

14

PRIMO PIANO

Non sono tutti uguali

Esistono almeno quattro business model tra coloro che operano nel

campo della ristorazione online, legati ai tre momenti fondamentali

dell’ordinazione, della preparazione del pasto e della consegna. Le

piattaforme pure come Just Eat, “only order”, si occupano solo di

gestire la fase dell’ordinazione: un modello di business relativamente

semplice e scalabile. Più sofisticate le piattaforme con consegna “order

and delivery”, come la britannica Deliveroo e la tedesca Foodora, che

liberano il ristoratore dall’incombenza di dotarsi di una rete di fattorini.

Tra le novità, le consegne in stazione, ai pendolari. In Italia ancora

nessun aggregatore appartiene al business model che prevede che

l’intera filiera produttiva (ordinazione, produzione e consegna) sia a

cura della compagnia, naturalmente dotata di una propria cucina. Ma

non mancano i “cooking on demand” che portano in casa del gourmet

un box con tutti gli ingredienti per preparare un piatto di haute cuisine:

nel caso di Quoni il ristorante è del tutto bypassato mentre nel caso di

Fanceat il box è preparato da un ristorante che propone al cliente una

ricetta del proprio menu.

che almeno 7 milioni di italiani (il

19%del campione)manifestavanouna

“intention to buy”, ovvero la volontà

di ricorrere al servizio. Peraltro, chi

fa ordinazioni online tende a farlo 4-5

volte al mese, contro le 1-2 di chi usa

metodi “analogici”, e spende molto

di più: 97 euro al mese contro 32-37

dei camminatori e dei ‘telefonatori’.

Tutto ciò senza considerare le conse-

gne in ufficio, sempre più frequenti

(un’opportunità da esplorare, specie

se siete in una zona in cui ce ne so-

no tanti).

ESSERCI O NON ESSERCI.

Un pro-

blemaoun’opportunitàper i ristoranti

tradizionali? Probabilmente entrambe

le cose. Da un lato c’è il rischio di

perdere clienti, dall’altro la chance

di guadagnarne. Da un lato è un mo-

do per esserci e per farsi conoscere,

dall’altromodifica ilmododi lavorare.

Daun latonecessitauno scattomenta-

le non da poco, dall’altro permette di

aumentare i coperti virtuali, evitando

i costi del servizio nel ristorante.

Quel che è certo è che, non essendoci

in Italia ancora compagnie “fully in-

tegrated”, che cioè hanno una cucina

propria, gli aggregatori, almeno per

ora, devono servirsi dell’opera dei

ristoranti tradizionali. I quali hanno

quindi l’opportunità di raggiungere

a casa la propria clientela sempli-

cemente pagando una commissione

alla app, in genere il 10-15% in caso

di “order only”, fino al 30% per gli

“order and delivery”. Cifra in genere

pagata dal cliente con un supple-

mento sul conto o dal ristoratore che

rinuncia a parte del suo guadagno.

ATTENZIONE AI TEMPI.

Certo, i

ristoranti che giocano la partita del

delivery si trovano davanti nuove

sfide come quella della tempistica.