Yerbito, il liquore Toscano che parla uruguaiano

C’è una parola che in Uruguay non si pronuncia mai da soli: mate.
Perché da solo, il mate non si beve. Lo racconta bene Augustin Enriquez Pérez – per gli amici fiorentini semplicemente Fagiolino – bar...

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C’è una parola che in Uruguay non si pronuncia mai da soli: mate.
Perché da solo, il mate non si beve. Lo racconta bene Augustin Enriquez Pérez – per gli amici fiorentini semplicemente Fagiolino – bartender e padrone di casa al Baker’s Bar di Montevideo, arrivato a Firenze durante l'ultima edizione della Florence Cocktail Week per una masterclass che è sembrata un viaggio andata e ritorno fra le sponde dell’Atlantico. 

YERBA MATE: NON SOLO UN'ERBA, MA UN PRETESTO PER VIVERE INSIEME

In Sud America (e in Uruguay più che mai)  il mate è molto più di una bevanda: è un rito quotidiano, un atto sociale, un gesto profondamente democratico. «Ricchi, poveri, giovani o vecchi: tutti hanno la stessa bombilla, la cannuccia filtrante in metallo; la stessa zucca, in legno o ceramica, che si chiama porongo; e la stessa abitudine di offrirlo e condividerlo in piazza, per strada, in casa», racconta Augustin.

Ma per comprenderne davvero la portata bisogna tornare indietro. La yerba mate (Ilex paraguariensis) era già consumata dai Guaraní, popolazione indigena dell’area che oggi comprende Paraguay, Argentina, Brasile e Uruguay. Era considerata una pianta sacra, dalle proprietà stimolanti e medicinali. Con l’arrivo dei colonizzatori europei, il consumo del mate si è diffuso ulteriormente, trasformandosi in una consuetudine identitaria per milioni di persone. Preparare e condividere il mate è un rituale con le sue regole: si riempie il porongo con la yerba, si versa l’acqua calda (mai bollente) e si beve attraverso la bombilla. Poi si passa. Sempre. Il recipiente gira tra i presenti, simboleggiando un’uguaglianza profonda, che prescinde da status sociale o provenienza.
Un po’ come la grolla dell’amicizia valdostana… ma di questo parleremo un’altra volta.

Non è una bevanda che si beve per sete — ma per stare.
È pausa, compagnia, ascolto.
Una gestualità antica che si ripete ogni giorno, e ogni volta, costruisce comunità.

QUANDO LA TRADIZIONE ATTRAVERSA L'OCEANO

A questa cultura tanto radicata quanto fluida si è ispirata Karin Romano Scavetta, imprenditrice toscana e presidente di Yerbito. Insieme a Gonzalo M. Olivera, bartender uruguaiano trapiantato a Firenze, ha creato un liquore che unisce il cuore dell’America Latina alla tecnica liquoristica italiana. Il risultato è Yerbito, il primo liquore italiano alla yerba mate: pulito, diretto, gentile. Solo tre ingredienti – yerba mate, alcol e zucchero – per una bottiglia che non rincorre la moda dell’amaro o la forza del digestivo, ma racconta invece un gesto: quello della condivisione.

Anche il design non è lasciato al caso: la forma richiama il porongo, il recipiente tipico del mate; al centro, il Sol de Mayo, simbolo comune a Uruguay e Argentina; i colori giallo e blu evocano la bandiera brasiliana, e il lettering rende omaggio alla grafica popolare del quartiere La Boca di Buenos Aires. Tutti segni di una memoria collettiva, filtrati attraverso una bottiglia.

OLTRE LA MIXOLOGY, L'USO IN CUCINA, PASTICCERIA E GELATERIA 

Durante l’ultima Florence Cocktail Week, Yerbito è stato protagonista non solo di moltissimi drink ma anche di nuove forme di narrazione gastronomica.
Durante l’evento è stato realizzato un gelato artigianale al liquore Yerbito, preparato live. Ma anche le praline firmate Puratos Italia (ripieno al liquore di mate, cioccolato belga Belcolade e un progetto di sostenibilità chiamato Cacao Trace) hanno sorpreso per precisione e carattere. Questo dimostra che Yerbito non è un liquore “chiuso” nella bottigliera.
Può uscire, contaminare, raccontare. In pairing con cioccolato, con dolci agrumati, con formaggi erborinati. Ma anche in meditazione, a fine giornata, come piccolo rito personale.

Yerbito non è solo un liquore. È un invito. Un invito a rallentare.
A condividere.
A fare un passo indietro per avvicinarsi davvero. Perché come ha detto Augustin, guardando il pubblico raccolto in silenzio attorno a quella bombilla simbolica: “Il mate non si beve per dissetarsi.
Si beve per ascoltarsi”.


IL VIAGGIO DELLA BOTTIGLIA: DA FIRENZE E MONTEVIDEO

Durante la masterclass è stata raccontata una storia che vale quanto qualsiasi nota di degustazione.
Quando Augustin – incuriosito da Yerbito, così vicino alla sua cultura eppure prodotto così lontano – ha chiesto una bottiglia da provare, è emerso un problema: non si poteva spedire. Tra dazi, restrizioni e normative, quel liquore non poteva semplicemente partire.
Ma proprio come il mate non si beve da soli, anche Yerbito ha trovato la sua via: a mano, di persona, passando tra amici, conoscenti, viaggiatori. Da Firenze a Roma, da Roma a Buenos Aires, poi in Uruguay

È stato un passaggio di testimone, un ritual delivery che ha rispecchiato in tutto e per tutto la cultura che il prodotto intende raccontare. «È stato come veder viaggiare un pezzo della nostra anima», ha detto Karin.
E Augustin, con la bottiglia finalmente tra le mani, ha capito che quella non era solo una degustazione: era un riconoscimento.
Una forma liquida di rispetto.

Federica Bucci

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