L'Editoriale di Mixer 325: L’inevitabile rivoluzione alle porte

Niente sarà più come prima? Chissà… sul lungo periodo si vedrà, ma a breve certamente sì. [caption id="attachment_159213" align="alignright" width="150"] David Migliori[/caption] Non amo le frasi ret...

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Niente sarà più come prima? Chissà… sul lungo periodo si vedrà, ma a breve certamente sì.

[caption id="attachment_159213" align="alignright" width="150"] David Migliori[/caption]

Non amo le frasi retoriche, ma quella di apertura contiene molte verità. L’emergenza mondiale, che si è abbattuta con particolare forza sulla nostra penisola, è di quelle destinate a segnare una linea di demarcazione tra un “prima” e un “poi”. Molto più di quanto abbia fatto l’11 settembre. Una realtà che riguarda tutti: singolarmente , come esseri umani nel rapporto con gli altri esseri umani, potenziali minacce e portatori di invisibili bacilli pericolosi per la propria salute, ma anche collettivamente, come persone che svolgono professioni in cui il ruolo della socialità è fondamentale.

Nel mondo dei locali pubblici c’è grande voglia di riaprire. La nostra copertina con la saracinesca abbassata è un urlo di dolore per chi vive di relazioni e rapporti fisici, di contatti, di sorrisi, parole e condivisioni. Il nostro settore vive di socialità.

Ma dietro la nostra cover c’è invece tutta la voglia dei lettori di sollevare quella serranda e di riaprire. Il “quando” non dipende da nessuno di noi e dobbiamo affidarci agli esperti e sperare che le scelte siano sagge e sensate, in grado di conciliare esigenze di salute e di lavoro.

Sul “come” aprire si spalanca tutto un mondo di possibilità e di incognite. I titolari di attività hanno di fronte due macigni immensi. Il primo evidentemente è economico, la perdita di incassi e di fatturato; il giro di affari e di clientela che si è improvvisamente fermato e che nessuno sa quando potrà tornare ai livelli di prima. Su questo fronte si sta muovendo la Federazione dei Pubblici Esercizi, e toccherà ai politici ascoltare le voci di una categoria che ha bisogno di aiuti e sostegni concreti in tempi rapidi. Il secondo macigno riguarda invece la necessità di cambiare radicalmente la modalità di lavoro e l’organizzazione di tempi e spazi. Qui davvero niente sarà più come prima. E non sarà facile adeguarsi agli obblighi che “l’epoca del virus” impone.

Per capire quello che ci aspetta bisogna guardare a quel che stanno facendo nei paesi che per primi hanno dovuto fronteggiare l’epidemia e che, nel momento in cui scrivo, stanno provando a riaprire e a tornare ad una sorta di normalità.

Federico Rampini ha raccontato su La Repubblica alcune caratteristiche delle riaperture cinesi, affrontando quello che il Wall Street Journal chiama “The New Normal”, la nuova normalità che ci attende e che, a guardarla con gli occhi di adesso, sembra tutto meno che normale. Nei luoghi pubblici che stanno riaprendo (l’esempio è Disneyland Shanghai, ma la stessa cosa potrà valere per qualsiasi spazio aperto al pubblico con bar e ristoranti) gli orari di ingresso sono stati ridotti, si entra separatamente, ai visitatori viene misurata la febbre. Tutti devono avere un codice digitale dove sono memorizzate le informazioni sanitarie e quindi la garanzia di non essere positivi….
Starbucks ha riaperto il 95% dei propri punti vendita in Cina, ma a orari ridotti e soprattutto con diminuzione dei posti a sedere; ed è quello che dovranno per forza fare tutti i nostri locali. E le pulizie dei locali sono diventate un prerequisito fondamentale all’attività. In più, tutti si stanno attrezzando per forme di consegna a domicilio o ritiro presso i punti vendita ed è questa un’altra grande sfida che riguarderà i servizi di ristorazione e non solo loro…

È inevitabile: la riapertura prevederà comportamenti diversi dietro e davanti al bancone, spazi radicalmente adattati alle nuove esigenze di distanziamento tra i clienti e anche le abitudini consolidate, come il caffè fianco a fianco al banco del bar, dovranno per forza essere modificate. Sarà dura, durissima, tanto più per i bar che sono il regno delle imprese familiari italiane e per i quali ogni investimento può tradursi in un sacrificio e in rinunce personali.

Ma bisognerà fare di necessità virtù. Ci sono momenti storici in cui alle persone viene chiesto qualcosa in più. E questo è certamente uno di quei momenti.

Quella che ci attende non è una piccola revisione delle abitudini, ma una vera e propria rivoluzione. A partire dai luoghi di lavoro. Per citare ancora una volta il bell’articolo di Rampini “la selezione della specie, la sopravvivenza delle imprese, dipende dalla capacità di adattamento”.

Gli italiani, e chiudo con un altro po’ di retorica, addirittura nazionalista, in passato hanno dimostrato di saper dare il meglio nei momenti di più difficili e anche questa volta deve essere così.

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