Il punto di Lino Stoppani (Fipe): "Un CCNL da tesaurizzare"

Nel mezzo di una campagna elettorale di corsa, spesso distante dai problemi del Paese, con il possibile rischio di ricominciare una legislatura senza aver individuato le priorità sulle quali interveni...

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Nel mezzo di una campagna elettorale di corsa, spesso distante dai problemi del Paese, con il possibile rischio di ricominciare una legislatura senza aver individuato le priorità sulle quali intervenire per sostenere il rilancio e la crescita dell’Italia, il settore del fuoricasa italiano, dopo circa cinque anni di laborioso travaglio, ha partorito il primo CCNL riservato ai soli “Dipendenti dei Pubblici Esercizi, della Ristorazione Commerciale e Collettiva e del Turismo”.

È certamente un passaggio importante perché la categoria, con un CCNL svincolato, autonomo ed indipendente rispetto ai precedenti, sottoscritti con la compartecipazione di categorie vicine ed affini (alberghi, agenzie di viaggio, etc.), ha ora lo strumento per negoziare direttamente i propri bisogni ed esigenze su un fattore, quello del Lavoro, determinante per la tenuta delle imprese e per il rafforzamento qualitativo del comparto.
A pagina 1e sono presentate le novità, sui livelli retributivi e gli interventi sugli istituti normativi (durata, organizzazione del lavoro, rol, scatti di anzianità, valore del pasto, maggiorazioni salariali, armonizzazione alle nuove normative del lavoro, cambi di gestione, etc.), inserite in un nuovo contratto di lavoro che, per definizione, è la sintesi di concessioni reciproche e, quindi, imperfetto per natura.

Per le imprese, qualsiasi contropartita economica doveva trovare riscontro nella revisione di alcuni istituti normativi che potessero incidere sulla bassa produttività, vero male del settore.
Infatti, senza margini e profitti non si remunera il Capitale investito, non si finanziano gli investimenti migliorativi di cui il settore ha bisogno e non si riesce neppure a migliorare i livelli salariali. L’incidenza del costo del lavoro sui conti economici delle nostre imprese è rilevante, differenziato a seconda del modello di business, ma tendenzialmente troppo alta, e volerla limitare non significa castigare i dipendenti, ma recuperare efficienza e produttività nell’interesse complessivo dell’impresa.

Infatti, senza impresa non c’è lavoro e per poter ridistribuire ricchezza, il primo obiettivo è crearla, efficientando tutti i fattori della produzione.
Fatto questo importante passaggio sindacale, rimane da risolvere ancora tutto il resto, con i relativi tanti altri problemi, compito che spetta agli Imprenditori, che però devono trovare un miglior supporto e sostegno dalla politica, che deve essere in grado di interpretare la gravità del momento ed agire di conseguenza, stando cioè sui veri problemi del Paese.

Le associazioni di categoria hanno il dovere di non nascondersi e di trasferire chiaramente il malessere delle imprese, rispetto anche ai toni e ai comportamenti della politica.
Non c’è bisogno di “Manifesti”, ma di inviti espliciti a tralasciare, per esempio, l’immobilismo e l’anacronismo di chi vuole scappare dall’Europa, tergiversando sull’euro, evitando di distruggere il buono che è stato fatto in questi anni, dando continuità e nuova energia ai provvedimenti utili per il Paese, come quelli sul Jobs Act, che ha aiutato non a licenziare con più facilità, ma ad assumere con più semplicità e ripristinando magari anche lo strumento dei Voucher.

Va contrastato, inoltre, il voler cavalcare le paure del Paese o inseguire il libro dei sogni senza prescindere dalla realtà, per la quale il debito pubblico non è una opinione, ma un fardello che non può permettersi altro assistenzialismo, che addormenta e penalizza creatività, intraprendenza e merito.  Non è, però, contraddittorio richiedere una seria riforma fiscale,che riduca l’attuale insostenibile pressione fiscale, premiando imprese e lavoratori, con l’obiettivo di favorire crescita e creare occupazione, contando sull’effetto moltiplicatore generato dalle risorse liberate per i consumi.

È un momento decisivo, da accompagnare con le migliori energie di tutti, anche per non perdere altri spazi da Paesi che, stando sempre sui temi del lavoro, oggi propongono orari di lavoro su 28 ore settimanali, un sistema di welfare privato estremamente generoso e altre opportunità, che rispetto alle nostre odierne possibilità costituiscono un miraggio.

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