Il ritorno del vermouth non è soltanto una moda da cocktail bar. Nell’intervista pubblicata da I Grandi Vini Valerio Bigano, ricercatore storico, divulgatore e scrittore, legge la crescita della categoria dentro una trasformazione più ampia dei consumi: meno quantità, più attenzione a ritualità, qualità percepita e occasioni di consumo. Il vermouth torna così a occupare uno spazio che sembrava scomparso, tra aperitivo, miscelazione classica e consumo diretto. Un prodotto con identità autonoma, capace di intercettare sia la cocktail culture contemporanea sia un pubblico interessato a bevute meno aggressive e più lente. La parte interessante è che il vermouth riesce oggi a muoversi tra mondi diversi senza appartenere completamente a nessuno.
È sufficientemente classico per parlare agli appassionati di miscelazione storica, ma abbastanza versatile da inserirsi nei nuovi consumi low e middle ABV che stanno crescendo nel fuori casa internazionale. Inoltre, ha un vantaggio competitivo che molti spirit contemporanei non hanno: possiede già una forte cultura territoriale e gastronomica italiana. Naturalmente il rischio è che il settore trasformi anche il vermouth nell’ennesima categoria premium sovraccarica di storytelling e bottiglie da collezione. Però il suo ritorno sembra poggiare su qualcosa di più solido: il desiderio crescente di un consumo meno performativo, più conviviale e compatibile con una socialità quotidiana.