Cloakroom chiude dopo 13 anni: quando una città perde un luogo, non solo un bar

Ambrosi e il socio Matteo Hu avevano anche tentato di acquistare gli spazi, senza però riuscire a trovare un accordo

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Domenica 12 luglio il Cloakroom di Treviso abbasserà definitivamente la serranda. A raccontarlo è Beverfood, ripercorrendo la vicenda del cocktail bar fondato da Samuele Ambrosi, uno dei protagonisti della miscelazione italiana. La chiusura non nasce da problemi economici o da un calo di clientela, ma dalla conclusione del contratto di locazione con Fondazione Cassamarca, proprietaria dell'immobile attraverso Ca' Spineda. Pochi giorni dopo, il 26 luglio, chiuderà anche La Pace, storico bistrot adiacente aperto da quasi cinquant'anni. Ambrosi e il socio Matteo Hu avevano anche tentato di acquistare gli spazi, senza però riuscire a trovare un accordo. La parte più significativa della vicenda, però, non riguarda i numeri. «I locali sono fatti dalle persone, non dai muri», osserva Ambrosi, spiegando che il Cloakroom continuerà a vivere come progetto e che l'obiettivo è riaprire, possibilmente ancora a Treviso. È una frase che fotografa bene ciò che sta accadendo in molte città italiane. Un cocktail bar di qualità non è soltanto un'attività commerciale: è un presidio culturale, un luogo di incontro, un pezzo dell'identità urbana. Quando chiude per una vicenda immobiliare, la perdita non riguarda soltanto l'imprenditore, ma l'intera comunità. La buona notizia è che Ambrosi non parla di una fine, bensì di un nuovo inizio. Perché un grande locale può cambiare indirizzo; ciò che conta davvero è riuscire a portare con sé quella comunità che, in tredici anni, ha contribuito a costruire.

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