Recovery Plan, si invia entro il 30 aprile. E sarebbe da rivedere

Si chiama Recovery Plan la speranza - l'unica - dell'Italia di salvarsi dal tracollo economico causato da oltre un anno di pandemia e di misure messe in campo dal governo nel tentativo di contenerla....

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Si chiama Recovery Plan la speranza - l'unica - dell'Italia di salvarsi dal tracollo economico causato da oltre un anno di pandemia e di misure messe in campo dal governo nel tentativo di contenerla. Anzi, per usare l'acronimo con cui i burocrati di Stato lo hanno battezzato ufficialmente, è il Pnrr: Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Un documento, attualmente allo stato di bozza, che dovrà essere inviato all'Europa entro il 30 aprile per tracciare la strategia che il nostro Paese intende seguire per spendere i soldi messi a disposizione dall'Ue con il piano NextGeneration Ue. Soldi indispensabili, per favorire la ripresa dalla crisi economica più devastante dai tempi della Seconda Guerra Mondiale.

E i soldi sono tanti: all'Italia è destinata la fetta più grande, 191,5 miliardi di euro fra contributi a fondo perduto e prestiti garantiti, cui si aggiungono una trentina di milioni messi a disposizione direttamente dallo Stato. Tanti sì, ma inevitabilmente insufficienti ad accontentare proprio tutti, vista la portata della crisi e gli interessi in gioco nei più disparati settori dell'economia e dell'industria. A partire da quella dell'Horeca, fra le più colpite in assoluto insieme alla relativa filiera del turismo e dell'agroalimentare.

La bozza attualmente allo studio del Pnrr destina al comparto "turismo e cultura" 6 miliardi e 80 milioni, così ripartiti: valorizzazione del patrimonio culturale (1,10 miliardi), rigenerazione culturale di piccoli siti turistici e culturali, aree rurali e periferie urbane (2,42 miliardi), industria culturale e creativa 4.0 (160 milioni) e Turismo 4.0 (2,40 miliardi). Su 220 miliardi di Recovery Fund, si tratta di una quota inferiore al 3%. Poco, lamentano in molti, per un settore che, complessivamente, nel 2019 era arrivato a valere il 30% del Pil complessivo dell'Italia, contro il 13% del 2011, in controtendenza rispetto alla sostanziale stagnazione economica del Paese. E che nel 2020, fra chiusure forzare e altre misure restrittive, ha visto crollare il proprio giro d'affari con picchi del 50%.

Numeri che autorizzano a chiedere di mettere l'ospitalità al centro dei progetti di recovery plan di una nazione che nel 2020 ha visto crollare il suo Pil dell'8,9%. Non si può certo negare l'importanza di investire in digitalizzazione, energie rinnovabili, mobilità sostenibile e transizione energetica in un piano che guarda al futuro; ma un futuro digitale e "green" non sarà in grado, di per sé, di rilanciare l'economia di un Paese che non faccia tesoro dei propri punti di forza. Quegli stessi che oggi, in una sorta di incomprensibile autolesionismo, sta facendo di tutto per mortificare.

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