Quando il lavoro chiama

La crescita del lavoro a chiamata indica che, in una situazione di crisi, le aziende sono incentivate ad assumere se hanno a disposizione strumenti contrattuali flessibili che, tuttavia, non privano i...

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La crescita del lavoro a chiamata indica che, in una situazione di crisi, le aziende sono incentivate ad assumere se hanno a disposizione strumenti contrattuali flessibili che, tuttavia, non privano il lavoratore delle tutele previste dai contratti e dalla legge.
Sarebbe riduttivo e fuorviante, tuttavia, ricondurre il “successo” del lavoro a chiamata a ragioni legate esclusivamente all’andamento del ciclo economico. Vi sono ragioni di carattere strutturale connesse all’organizzazione della “produzione” che fanno sì che questa forma di contratto si sviluppi di più in alcuni settori di attività economica e meno in altri.
Ed è proprio il caso del Turismo dove si concentra il 60% del lavoro intermittente generato dal complesso dei settori privati extra-agricoli.

A tempo pieno
Naturalmente l’input di lavoro assume dimensioni assai più contenute ove si proceda alla conversione in unità di lavoro equivalenti a tempo pieno (ULA) che, nella media del 2009, sono state nel Turismo poco più di 14.000, mentre nel mese di agosto, quando il lavoro a chiamata subisce una forte intensificazione, le ULA non hanno superato quota 22.000.
Il dato può essere letto con una duplice chiave interpretativa:
1. 14mila posti di lavoro non sono affatto pochi per un’economia che, nel solo 2009, ne ha persi circa mezzo milione;
2. l’utilizzo del lavoro a chiamata è assolutamente marginale non solo nel complesso dei settori produttivi, ma anche in quei settori, come il Turismo, che vi ricorrono in maggior misura: la quota del lavoro a chiamata sul totale dell’input di lavoro utilizzato dalle imprese turistiche nel 2009 non supera l’1,5 per cento.

Agosto e dicembre
Per effetto della differente quantità di ore lavorate nei diversi mesi, mentre le posizioni  lavorative all’interno di ogni singolo anno sono sempre più numerose a dicembre, le ULA sono sempre più elevate in agosto.
Questo significa che i lavoratori chiamati ad agosto lavorano mediamente molte più ore di quelli chiamati a dicembre quando, con tutta evidenza, occorre gestire soltanto i picchi legati alle giornate delle feste natalizie.
Con riferimento alla durata, le imprese del turismo, come le imprese appartenenti ad altri settori, utilizzano contratti a tempo indeterminato in misura leggermente prevalente rispetto a quelli a termine a testimoniare la volontà del datore di lavoro di sfruttare appieno i vantaggi derivanti dalla semplificazione delle procedure di assunzione in virtù della quale gli adempimenti amministrativi devono essere effettuati soltanto al momento della stipula del contratto. Nel 2007 il 56 per cento delle posizioni lavorative sono a tempo indeterminato e la quota aumenta di oltre 10 punti percentuali nel 2008 come effetto delle sopra richiamate modifiche legislative.

Chi utilizza “le chiamate”
Ma quali sono le caratteristiche delle imprese del turismo che utilizzano il lavoro a chiamata?
Intanto c’è da dire che sono state 48mila (poco meno di un quinto del totale) le imprese del settore che hanno utilizzato il lavoro a chiamata nel corso del 2009.
Un approfondimento per classe dimensionale d’impresa mostra una notevole concentrazione del ricorso al job on call nelle piccole imprese, in particolare nelle micro imprese con meno di 5 dipendenti che occupano quasi il 60 per cento del totale. Molto scarso, invece, risulta l’utilizzo di questa tipologia contrattuale da parte delle imprese medio-grandi. Probabilmente stanno anche qui le differenze tra piccole e grandi imprese del settore in termini di capacità di standardizzazione del ciclo produttivo e, dunque, di programmazione dei fattori di produzione.
C’è da dire, tuttavia, che le ore retribuite pro capite aumentano al crescere della classe dimensionale ed analogo andamento si rileva per le retribuzioni orarie: i lavoratori a chiamata delle imprese turistiche più piccole guadagnano oltre il 10 per cento in meno rispetto a quelli impiegati nelle imprese con 50 dipendenti e oltre. Questo, almeno, è quanto emerge dai modelli DM10 dell’Inps

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