Federvini: bene l'OOH, tiene l'export. Ma ancora tanti i vuoti normativi da colmare

Il vino sempre più centrale nei consumi OOH. Lo dicono i risultati di una ricerca dell’Osservatorio Federvini in collaborazione con Nomisma e Tradelab presentata durante l'edizione in corso di svolgim...

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Il vino sempre più centrale nei consumi OOH. Lo dicono i risultati di una ricerca dell’Osservatorio Federvini in collaborazione con Nomisma e Tradelab presentata durante l'edizione in corso di svolgimento di Vinitaly, secondo cui nel 2023 la crescita è stata dell’1% rispetto all’anno precedente (con le bollicine a +7%).

In un settore, quello del vino made in Italy, che può contare su 74mila lavoratori, 16 miliardi di euro di fatturato (il 9% del food & beverage italiano) e 8 miliardi di euro di esportazioni (il 16% del nostro F&B), i vini fermi e frizzanti rappresentano il 19% del totale delle bevande consumate fuori casa e il 33% di quelle alcoliche. Gli italiani consumano vini, fermi e frizzanti, a pranzo nel 33% dei casi, a cena nel 36% e durante l’aperitivo serale nel 18% delle occasioni.

EXPORT RESILIENTE

Nel 2023 le esportazioni dell'Italia (-0.8% in valore e in volume) hanno tenuto molto meglio di Francia (-2,8% a valori e -9% a volumi), Spagna (-3,2% a valori e 4,1% a volumi) e Cile (-22,4% a valori e -18% a volumi). Nonostante le diverse criticità che stanno segnando lo scenario internazionale quindi, il nostro Paese ha retto meglio il colpo rispetto ad altri esportatori, Francia in primis, che dalla distillazione è passata a misure drastiche come l'estirpazione su alcuni areali produttivi.

Così come sottolineato dalla presidente di Federvini Micaela Pallini, la situazione italiana sembra mantenersi in equilibrio, complice la scarsa vendemmia, la più leggera dal dopoguerra. "Bisogna lavorare più attivamente sulla domanda e in particolare sulla promozione: è necessario emanare quanto prima il decreto sulla promozione OCM vino nei Paesi terzi introducendo quei miglioramenti tanto attesi dal sistema delle imprese affinché la misura possa dispiegare al meglio i suoi effetti”, ha detto Pallini.

VINI DEALCOLIZZATI, UNA TENDENZA INTERNAZIONALE

Per quanto riguarda le ultime tendenze internazionali, la ricerca ha dedicato un particolare focus al consumo dei vini senza alcol o con un ridotto contenuto alcolico. Se guardiamo al mercato statunitense, nel 2024 si assiste a una crescita sensibile dei vini dealcolati rispetto a due anni fa (+16% a volumi e +52% a valori nel canale off-premise) in un contesto in cui nell’ultimo decennio si è ridotto il consumo di birra (dall’81% al 70% del totale), sono cresciuti gli spirits (dal 6% al 10%) ed è triplicato l’acquisto dei prodotti ready to drink (dal 3% al 9%). Discorso diverso invece per i vini low alcohol (fino a 10°), che negli USA segnano una flessione nell’ultimo biennio (-15% i fermi e -18% i frizzanti a volumi) sebbene rappresentino un giro di affari superiore ai 2 miliardi di euro all’anno.

Sul fronte europeo, anche la Germania vede crescere il gradimento dei vini no alcohol con un +6% a volumi e +17% a valori rispetto al 2022, sempre nel canale moderno (Gdo e Discount). Il mercato tedesco apprezza in particolare lo spumante dealcolato con quasi 60 milioni di euro di vendite. Segno positivo anche per gli spumanti a ridotto contenuto alcolico (+2% a volumi e +19% a valori) mentre i vini fermi della stessa categoria soffrono una lieve contrazione (-5% a volumi e -2% a valori).

Si posiziona sulla stessa linea anche il Regno Unito con un +6% a volumi dei vini senza alcol nel 2023 rispetto al 2021, seppure il consumo di vini abbia registrato nel complesso una flessione del 5% al cospetto del balzo (+26%) delle bevande ready to drink nel corso degli ultimi dieci anni.

ITALIA E PRODOTTI DEALCOLATI

Secondo una recente rilevazione di TradeLab, in Italia quasi la metà del campione preso in esame dichiara di conoscere l’esistenza di vini senza alcol o con ridotta presenza di alcol, anche se soltanto una esigua minoranza pari al 5%, dichiara di averli provati. Il 33% si dichiara interessato a consumare vini con bassa gradazione o senza alcol, specie i più giovani, sebbene il 57% degli intervistati non si mostri favorevole.

Il 45% del campione, in particolare i giovani, si dichiara convinto che il trend del low alcol modificherà il mix di consumi di bevande nei prossimi anni, la percentuale scende al 37% per i prodotti dealcolati. “Stiamo assistendo a nuovi comportamenti del consumatore e a tendenze che sembrano guardare con maggiore curiosità a nuove categorie di prodotti, come i vini dealcolati e parzialmente dealcolati, ma è presto per dire se siamo di fronte a veri e propri nuovi trend", conclude Pallini.

In Italia, infatti, la produzione di vini dealcolati o parzialmente dealcolati incontra non poche complessità per via di alcuni colli di bottiglia normativi, sebbene il quadro legislativo comunitario lo renda possibile nel rispetto di pratiche enologiche autorizzate (distillazione, osmosi inversa, membrane) e di alcuni obblighi in materia di etichettatura. Tale situazione limita le possibilità commerciali degli operatori nazionali, alcuni dei quali ricorrono a partner esteri per produrre vini dealcolati quindi a tutto vantaggio di aziende straniere.

"Servirebbero dunque regole chiare e sicure per affrontare il cambiamento, per permettere alle di intercettare e soddisfare le scelte dei consumatori producendo in Italia tali prodotti così da mantenere nel nostro Paese tutto il valore aggiunto creato".

IL VINO SI FA 'GREEN'

In ultima analisi, la ricerca di Federvini evidenzia l'impegno sostenibile della filiera vitivinicola italiana: l’82% delle aziende si approvvigiona, per le materie prime agricole e alimentari, da fornitori a livello regionale.  Alle politiche di prossimità si aggiunge inoltre l’attenzione alla sostenibilità, ambientale e sociale. L’80% delle imprese vinicole infatti ha già adottato azioni per ridurre il proprio impatto ambientale, il 76% ha condotto iniziative finalizzate al benessere dei dipendenti e il 74% ha implementato iniziative a favore delle comunità.

La sensibilità dei produttori si manifesta anche nella crescita della superficie di terra coltivata per uva da vino secondo metodi biologici, che nel 2022 contava un’estensione di oltre 133mila ettari, con un incremento del 163% rispetto al 2010.

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