Uscire “a farsi un Gin Tonic” è un gesto semplice, quasi banale. Eppure, dentro quel bicchiere, fatto di gin, tonica e ghiaccio compatto, c’è una gradazione che può arrivare intorno al 6-7% vol., a seconda delle proporzioni. Non è un dettaglio tecnico: è la misura di quanto questo drink, apparentemente leggero, sia in realtà un concentrato di storia, potere coloniale, medicina, marketing, ritualità urbana. È su questa densità culturale che si innesta “Esco a farmi un Gin Tonic”, il format ideato e condotto da Max Morandi, divulgatore e formatore che negli anni ha costruito un pubblico attento attraverso masterclass e incontri dedicati al distillato, lavorando su botaniche, storia e consumo consapevole. Oggi sceglie il teatro come nuovo spazio narrativo e trasforma la lezione tecnica in uno spettacolo di 90 minuti. Il prossimo appuntamento è fissato per il 13 marzo al Teatro Filarmonico di Piove di Sacco (Pd): l’evento è organizzato da S.E.T.A. ODV e sostiene il progetto Mettiamo Radici – Bosco di SETA, dedicato alla creazione del bosco di pianura nella bassa padovana (prenotazioni qui).
Del resto, se il gin può permettersi di salire su un palco è perché negli ultimi anni qualcuno ha lavorato per costruirne una cultura solida. Percorsi come Esperienza Gin hanno indicato la strada, formando un pubblico capace di andare oltre la moda e interessato alla storia, alle tecniche, al contesto. Il teatro non cancella quel percorso: lo estende, lo rende spettacolare. Morandi intercetta questa maturità del pubblico e la traduce in un linguaggio diverso. Slide dinamiche, interazioni, figuranti in sala, i vinili che girano con il dj Matteo Capuzzo, a costruire una colonna sonora che accompagna il racconto. E soprattutto un ponte concreto con il territorio: il biglietto include un token da spendere nei locali partner della città, dal Pavoni al Botanic, dal Bolla al QB, riportando le persone fisicamente nei bar dopo lo spettacolo. Non è solo intrattenimento: è una strategia. Per il settore, questo è forse l’aspetto più interessante. In un momento in cui il fuori casa compete con l’intrattenimento domestico e digitale, la formazione tradizionale rischia di parlare solo agli addetti ai lavori. Qui invece la divulgazione diventa esperienza, coinvolge un pubblico eterogeneo e genera traffico reale nei locali. È un modello che merita attenzione: non sostituisce il banco, lo rafforza.
«Il Gin Tonic ha salvato più vite e menti inglesi di tutti i medici dell’Impero», avrebbe detto Winston Churchill. Dietro la battuta c’è la storia del chinino contro la malaria e di un rimedio sanitario trasformato in rituale sociale. Portare questo racconto in teatro significa ricordare ai bartender che ogni drink è un dispositivo culturale. Non basta scegliere la tonica giusta: serve costruire narrazione. E forse è proprio questo il segnale più interessante. Il gin non è più soltanto prodotto o trend, ma linguaggio. Quando un distillato arriva a teatro significa che ha superato la fase della moda. Significa che è entrato nel racconto collettivo. E per chi lavora dietro il banco, questa è la vera sfida dei prossimi anni: non servire solo un buon Gin Tonic, ma saperne raccontare la storia.