Da Velier in Banchi, gli otto single cask Nikka della prima ARTIST dedicata al Giappone

Nel nuovo bistrot genovese di Luca Gargano, anteprima nazionale della collezione ARTIST di La Maison du Whisky dedicata a Yoichi e Miyagikyo, in arrivo per la prima volta anche sul mercato italiano attraverso La Maison & Velier

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Il megastore del Genoa al piano terra, un whisky giapponese di quarant'anni tirato in appena quaranta bottiglie al primo piano: se Genova avesse bisogno di una metafora per la propria doppia identità, portuale e patrizia insieme, Palazzo Serra gliel'avrebbe appena servita su un vassoio. È qui, nei nuovi spazi di Velier in Banchi, il primo bar e bistrot aperto dall'azienda genovese nel cuore dei caruggi, che La Maison & Velier (LM&V), la joint venture di imbottigliamento nata dall'alleanza tra La Maison du Whisky (LMDW) e Velier, ha scelto di presentare in anteprima nazionale la nuova collezione ARTIST dedicata per la prima volta al Giappone. Non è un dettaglio da poco: dopo quindici anni passati tra i single malt scozzesi, la serie sbarca sul mercato italiano proprio grazie a questa distribuzione, e lo fa scegliendo Genova come porta d'ingresso invece del solito Milano.

ARTIST dedica un'intera collezione a Yoichi e Miyagikyo

Prima di continuare, una premessa che tolgo di torno subito. Miyagikyo e Yoichi non sono due marchi paralleli a Nikka, sono Nikka. Sono le due distillerie di single malt dell'azienda: Yoichi, aperta nel 1934 a Hokkaido da Masataka Taketsuru, il padre fondatore del whisky giapponese, e Miyagikyo, nata nel 1969 nella prefettura di Miyagi come contrappunto climatico e stilistico alla prima. La confusione che tanti lettori hanno in testa, quella per cui Nikka sarebbe un'etichetta e Yoichi un'altra cosa, nasce dal fatto che per anni Nikka ha venduto questi whisky quasi solo come componenti dei propri blend o come imbottigliamenti ufficiali a proprio nome.

Qui la novità sta altrove: per la prima volta ARTIST dedica un'intera collezione a Yoichi e Miyagikyo, con otto single cask selezionati da La Maison du Whisky. A Genova ad accogliere l'ospite d'onore, Emiko Kaji, Global Brand Ambassador e International Business Development Manager di Nikka, sono stati Luca Gargano e Salvatore Mannino, quest'ultimo Managing Director di LMDW e riconosciuto a livello globale come uno dei massimi esperti di distillati rari del gruppo. Ad aprire il pomeriggio è stato Philippe-Alexandre Bernatchez, direttore del polo creazioni di LMDW, mentre Kaji ha punteggiato la degustazione con precisazioni tecniche e storiche sulle due distillerie.

Il progetto ARTIST, in breve

Nato nel 2011 in seno a LMDW, storica maison fondata nel 1956 a Parigi da Georges Bénitah e passata nel 1995 sotto la guida del figlio Thierry, il progetto ARTIST affianca ogni anno whisky rari a opere di artisti emergenti. È la stessa Maison che nel 2001 portò per prima Nikka in Francia, spianando la strada al boom europeo del whisky giapponese: dedicare proprio a Nikka un'edizione ARTIST, alla vigilia del quindicesimo anniversario del progetto, chiude un cerchio aperto un quarto di secolo fa.

La selezione nasce da una degustazione alla cieca di circa trenta campioni condotta un anno fa con Hiromi Ozaki, all'epoca Chief Blender di Nikka (il testimone è poi passato a Junji Iseki). Tra gli otto single cask scelti figurano due distillati nel 1986 e imbottigliati a quarant'anni: i più vecchi mai imbottigliati dalle due distillerie. Le bottiglie portano la firma del fotografo giapponese Yoshiki Hase, scelto per la sua serie DESSIN: installazioni geometriche effimere costruite a mano nei paesaggi delle due distillerie e fissate con esposizioni lunghe, che rendono ogni scatto irripetibile. Il verde è la valle montuosa di Sendai, casa di Miyagikyo; il blu è la costa di Hokkaido, dove Yoichi lavora ancora con alambicchi scaldati a carbone su fiamma viva.

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Immagine /

Nel bicchiere

Il Miyagikyo 2015, oltre 10 anni (cask #11621, puncheon recharred, 55,3%, 507 bottiglie) apre su miele d'acacia e frutta esotica, ma sotto la superficie floreale che la brochure promette c'è un dettaglio che Mannino ha colto e che il foglio ufficiale tace: un'ombra di fumo, quasi da polvere da sparo, che stona (bene) con l'idea di Miyagikyo come distilleria sempre delicata. Il Miyagikyo 2010, 15 anni (cask #125992, Port hogshead, 58,8%, 204 bottiglie) è quello su cui vale la pena fermarsi. La hogshead ex Porto ci ha messo dentro un colore rosso-ramato profondo e una spezia da pepe rosso. Mannino, dal vivo, l'ha descritto come un fondo bruno, il genere di riduzione scura e concentrata che si ottiene rosolando ossa e ritagli per ore: un paragone da cucina più che da enologia, e proprio per questo perfetto per un whisky che rifiuta di stare fermo in un solo registro. Attorno a quel fondo bruno girano frutti esotici e un accenno di pasticceria che vira quasi al croissant tiepido. Il legno, secondo Mannino, resta un ospite educato: non vuole prendersi la scena, vuole solo ricordarti che c'è stato. Ed è forse per questo che di tutti e otto è il whisky che mi ha convinta di più: non il più spettacolare sulla carta, ma quello che cambia idea tre volte nel bicchiere senza mai perdere l'equilibrio. Il Miyagikyo 2000, 25 anni (cask #117935, Sherry butt, 60%, 425 bottiglie) torna sulla torba, qui in chiave più terrosa e minerale, ossidata dallo sherry oloroso, cuoio e polvere da sparo di nuovo in agguato. Il Miyagikyo 1986, 40 anni (cask #78858, new American oak, 59,9%, 174 bottiglie) chiude la serie su un registro quasi da pasticceria: un accenno di caramella al caffè, di quelle da fondo della scatola di cioccolatini, avvolto in cacao e legno tostato, con un finale che sembra non voler finire.

Sul fronte Yoichi, il 10 anni (cask #148028, new American oak, 63,1%, 471 bottiglie) gioca il contrasto dolce-salato tipico della casa, ma la nota che resta più impressa è un rimando alla liquirizia: Mannino l'ha paragonato a una caramella francese di quelle vecchio stile, morbida e leggermente amara, un dettaglio che nella scheda ufficiale si perde tra "torbato" e "mielato" e che invece vale la pena andare a cercare nel bicchiere. Il 20 anni (cask #407529, mizunara new oak, 59,1%, 297 bottiglie) sposta il registro su cioccolato fondente e un fondo quasi da brodo di carne, chiusura agrumata. Lo Yoichi 1991, 35 anni (cask #129880, PX Sherry butt, 65,4%, 144 bottiglie) resta il più enigmatico della batteria, mogano scuro con riflessi verdognoli e un carattere che, a detta di Mannino, testimonia la capacità della distilleria di produrre fino a tremila stili diversi di whisky: un'affermazione che suona quasi come una excusatio non petita per un whisky che sembra otto whisky diversi nello stesso bicchiere. Lo Yoichi 1986, 40 anni (cask #252819, hogshead, 59,1%, 40 bottiglie), nonostante l'età, ha perso la torba al naso ma non la freschezza: fichi, noce moscata, mandorla caramellata. Il più raro e il più caro degli otto, e non a caso: quaranta bottiglie al mondo, il record di longevità della distilleria.

Una riflessione, a margine

Otto single cask, tirature che vanno da 507 a quaranta bottiglie e prezzi che, nel caso dello Yoichi 1986, arrivano a 18.900 euro. Quasi il valore di un monolocale in periferia. Ma è proprio quel prezzo a spiegare meglio il senso dell'operazione. Nel segmento più alto del whisky la rarità da sola non basta più: va certificata, raccontata e infine messa in scena. Qui ci sono botti irripetibili, tirature dichiarate fino all'ultima bottiglia, l'opera di un fotografo giapponese pensata appositamente per la collezione, una degustazione in anteprima e persino il luogo scelto per presentarla. Tutto concorre a trasformare otto whisky in qualcosa che assomiglia sempre più a un'edizione d'arte. Dello Yoichi 1986 esistono quaranta bottiglie: non serve a convincere qualcuno a cominciare a bere giapponese, ma è quello con cui si prova a convincere chi ne ha già bevuto parecchio che esista ancora qualcosa che non può avere facilmente. E qui il lusso contemporaneo torna a una regola molto antica: il desiderio cresce quando diminuisce la disponibilità.

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