Caffè, il trasferimento di conoscenza fa bene

“Buongiorno Irnerio, ci farebbe piacere invitarla in città per un ciclo di lezioni – Firmato: un gruppo di studenti di Bologna”. “Buongiorno a voi, vi ringrazio per l’invito ma non sono interessato a...

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“Buongiorno Irnerio, ci farebbe piacere invitarla in città per un ciclo di lezioni – Firmato: un gruppo di studenti di Bologna”. “Buongiorno a voi, vi ringrazio per l’invito ma non sono interessato a divulgare la mia conoscenza – Firmato: Irnerio, giurista”. Se questa conversazione avesse realmente avuto luogo forse oggi le università non esisterebbero (e la storia del diritto in Europa avrebbe preso un’altra piega). È noto infatti che la più antica università del mondo occidentale, quella di Bologna, sia nata nel 1088 proprio dall’incontro della domanda di formazione espressa dagli studenti e dall’offerta dei dotti dell’epoca. Studenti che pagavano direttamente i professori affinché questi condividessero il loro sapere. Un meccanismo che si basava su alcuni presupposti che possiamo immaginare validi per la formazione più in generale, compresa quella del mondo del caffè.

I LUMINARI
Il primo assunto quando parliamo di formazione è che vi sia qualcuno che ha effettivamente qualcosa di rilevante da condividere. Irnerio, il famoso giurista di cui sopra, è passato alla storia come lucerna iuris. Non tutti i formatori del caffè possono o desiderano ambire al titolo di luminari, ma devono comunque preoccuparsi di portare sul tavolo della lezione conoscenze concrete e utili agli studenti (e d’altronde ciò faceva il nostro Irnerio: veniva pagato per la sua fortissima competenza nel diritto giustinianeo, materia di assoluto rilievo all’epoca).

CONDIVIDERE LA CONOSCENZA
Il secondo assunto per una formazione efficace è che vi sia una reale volontà di condividere questa conoscenza e di farlo senza remore. E’ naturale che all’interno delle storie professionali vi siano competenze, esperienze e idee che non possono essere liberamente trasmesse per motivi di riservatezza dettati dall’etica o da vincoli legali. Eppure buona parte di ciò che sappiamo non è soggetto a questi limiti: perché non condividere? In generale ritengo che ci siano molte buone ragioni per non chiudere nel cassetto la propria conoscenza. Pensando addirittura in termini utilitaristici, il momento della formazione è tra l’altro eccezionalmente fecondo per il docente stesso: lo porta a riflettere sullo stato della propria preparazione, sui suoi punti di forza e su quelli di debolezza.

IL RUOLO DELLE AULE
Nel coffee business più che mai: le aule di professionisti sono un’occasione eccellente per comprendere le esigenze reali del mercato (che emergono con chiarezza dai quesiti degli studenti stessi). Inoltre la lezione è un momento di verifica della propria competenza che porta il docente a lavorare per colmare eventuali lacune.Il trasferimento di conoscenza insomma fa bene al docente, agli studenti e alla società.
È tonificante, energizzante, corroborante. E non ha controindicazioni di sorta, anzi se ne consiglia un uso smodato, mi spingerei a dire quasi ossessivo, senza paura di effetti collaterali se non quello di farci dubitare talvolta di noi stessi. Il che mi sembra un altro ottimo punto a favore della condivisione della conoscenza.

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