Coronavirus: ha senso citare per danni la Cina?

La notizia circola da poche ore: M.I.O. Italia, associazione di imprese che operano nel settore ho.re.ca., ospitalità e turismo presieduta da Paolo Bianchini, ha intentato causa nei confronti del Mini...

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La notizia circola da poche ore: M.I.O. Italia, associazione di imprese che operano nel settore ho.re.ca., ospitalità e turismo presieduta da Paolo Bianchini, ha intentato causa nei confronti del Ministero della Sanità della Repubblica Popolare cinese in merito alla lentezza con cui è stata segnalata l'emergenza e con cui si sono attivate le misure e il controllo per arginare il conseguente propagarsi del coronavirus.

In realtà questa è solo l'ultima delle tantissime accuse rivolte alla Cina, considerato il Paese da cui è partito il virus del covid-19. Nel 2020 era stato un hotel di Cortina D'Ampezzo a chiedere un risarcimento al governo cinese, dopo conseguenze nefaste che hanno portato al licenziamento di tutto il personale, e lo stesso hanno fatto nello scorso autunno due aziende di Parma legate alla distribuzione di carburanti a fronte di un crollo dei ricavi che sfiorava i 18 milioni di euro. Nella tarda primavera del 2020 invece, analogamente a quanto avvenuto in alcune nazioni degli Stati Uniti spinte dall'allora Presidente Trump, è partita una class action italiana. Ad unirsi è anche l'India che accusa Pechino di gravi crimini contro l'umanità.

Che la pandemia, purtroppo ancora in corso, abbia generato danni incalcolabili all'economia globale è fuor di dubbio. Tuttavia la situazione risulta essere più intricata del previsto, ed è complicata ulteriormente da problemi di diritto internazionale così come ha già ben illustrato il Professor Fabrizio Marrella, Ordinario di Diritto internazionale all’ Università Cà Foscari di Venezia: «Ci sono complessi nodi tecnici che occorre risolvere preliminarmente se si vuole fare un discorso serio e non superficiale. C'è chi vuole fare una “guerra commerciale” alla Cina o denunciare il Governo cinese alla Corte penale internazionale come se fosse una Procura italiana e poi chi propone una petizione volta a trovare uno Stato che intenda assumersi l’onere di iniziare un procedimento contro la Cina di fronte alla Corte internazionale di giustizia. Vi sono poi, in alcuni Stati, delle class action di soggetti privati i quali chiedono ad un giudice nazionale di condannare la Cina al risarcimento dei danni, come se si trattasse di una causa di diritto privato, alla stregua di un incidente automobilistico. Magari fosse così semplice!».

Marrella sostiene che in questo caso la strada maestra debba restare quella classica in diritto internazionale con una Commissione internazionale d'inchiesta composta da esperti indipendenti che «potrebbe operare sotto l’egida del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (ove la Cina ha diritto di veto ma sarebbe altrettanto singolare che lo esercitasse se ritiene di essere nel giusto), oppure sotto quella del Consiglio dei diritti umani o di altro organismo internazionale, in primis l’OMS. Di certo e purtroppo, non si può imporre con la forza un’inchiesta internazionale alla Cina, si rischia la terza guerra mondiale se non si applica bene il diritto internazionale».

Il quadro pertanto è ancora parecchio nebuloso: se Joe Biden chiede una nuova indagine sulle origini del coronavirus, la scienza pare non sia ancora in grado di stabilire con assoluta certezza se la pandemia sia partita effettivamente dalla Cina (ad alternarsi sono ancora teorie legate agli esperimenti in laboratorio di Wuhan e quelle più spicciole connesse al mercato limitrofo) o se il virus circolasse già in vari Paesi del mondo a partire dall'autunno 2019. In assenza di questa certezza, al momento risulta difficile se non impossibile attribuire la responsabilità a qualcuno, quindi la stessa validità delle azioni legali, alimentate dall'infinita spirale di problematiche economiche annesse, è messa seriamente in discussione.

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