Caro petrolio e cattivi raccolti: perché al bar il caffè costa di più

Il caro tazzina, parente stretto del caro colazione, ormai non è più una notizia. Da settimane si rincorrono gli allarmi delle associazioni, a cominciare da quelli di Fipe-Confcommercio, che sottoline...

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Il caro tazzina, parente stretto del caro colazione, ormai non è più una notizia. Da settimane si rincorrono gli allarmi delle associazioni, a cominciare da quelli di Fipe-Confcommercio, che sottolineano come la barriere psicologica del caffè al banco a 1,50 euro sia dietro l'angolo. 

Ma non sono solo gli aumenti di luce e gas a penalizzare gli esercenti e, a valanga, i consumatori finali. Secondo quanto afferma Bloomberg, gli esperti si attendono un altro anno all’insegna della carenza di offerta di materia prima, dal momento che gelo e siccità continuano a danneggiare la capacità produttiva del Brasile.

Addirittura, riportano gli analisti di Volcafè, la produzione globale dovrebbe diminuire nei prossimi dodici mesi di 1,4 milioni di sacchi rispetto alla domanda, numeri che arrivano dopo il deficit di 11,2 milioni di sacchi registrato nel 2021. Stessa situazione in Brasile, dove il raccolto di arabica colpito dalle intemperie sarà probabilmente inferiore del 17% rispetto a quanto previsto in precedenza. Risultato: i prezzi del caffè corrono in Borsa, con quotazioni ai massimi dagli ultimi dieci anni e 'future' della qualità arabica saliti - a gennaio all’Ice di New York - a 244,50 centesimi di dollari, con un incremento di quasi il 9% in meno di 30 giorni.

Per evitare l'impennata dei prezzi, che nel 2021 sono aumentati dell’80%, i tecnici di Volcafè fanno una sola previsione: "Il mercato dovrà ora fare affidamento su altri paesi produttori di caffè aumentando l'offerta e prevenendo un ulteriore razionamento della domanda, poiché è dubbio che il mercato possa sostenere una terza stagione di deficit strutturale”.

Ma non è finita: ad aggravare la situazione contribuiscono le difficoltà nella logistica e nei trasporti che stanno caratterizzando la fase attuale nel commercio internazionale, con molte produzioni di caffè bloccate nei porti e impossibilitate a raggiungere i Paesi dove poi avverrà la lavorazione e la commercializzazione al dettaglio. E come se non bastasse, il caro petrolio sta inesorabilmente facendo salire le tariffe del trasporto ma anche le spese per la produzione, a cominciare dai prezzi dei fertilizzanti.

Non va molto meglio sul fronte della qualità robusta. come scrive in un report l’analista di Commerzbank Carsten Fritsch: "In Vietnam, il più grande produttore di questi chicchi, l'invecchiamento delle piantagioni porterà probabilmente a rendimenti più bassi e quindi a un raccolto in calo per il secondo anno di fila. Ci aspettiamo altri massimi ancora sui mercati finanziari".  

Ad invertire la tendenza, a questo punto, potrebbe essere solo l'andamento del prossimo raccolto di arabica in Brasile. Uno spiraglio di speranza è arrivato pochi giorni fa dall'agenzia brasiliana Conab, che studia l’andamento nelle piantagioni, secondo cui quest’anno la produzione risulterà in crescita a 55,74 milioni di sacchi (sopra il livello dell'anno scorso di almeno il 17%).

Una percentuale che, tenuto conto degli aggiustamenti dovuti al fatto che il raccolto del 2021 era stato di resa bassa, significherebbe comunque un dato in difetto di quasi il 10% rispetto a dodici mesi fa.

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