Caffè & Pelé - Una settimana di calcio distillata in 5 punti

Con Cesare Prandelli, Gabriel Paletta, Alessio Cerci, Mattia De Sciglio, Pablo Osvaldo, Mattia Destro, Dino Zoff, Gianluigi Buffon, Simone Scuffet, Antonio Di Natale, Paolo Sorrentino, Diego Maradona...

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Con Cesare Prandelli, Gabriel Paletta, Alessio Cerci, Mattia De Sciglio, Pablo Osvaldo, Mattia Destro, Dino Zoff, Gianluigi Buffon, Simone Scuffet, Antonio Di Natale, Paolo Sorrentino, Diego Maradona e molti altri.

1. PRANDELLI, STAI SERENO. Quando perde la Nazionale, scattano in automatico le polemiche. Ciò non dipende solo dalla nostra indole litigiosa e dalla vecchia storia dei sessanta milioni di commissari tecnici (così vecchia che quando è nata eravamo ancora cinquanta milioni), ma anche dalla consolidata certezza di essere forti. Siamo un paese di grande tradizione calcistica, in grado di battere chiunque, quindi se ciò non accade ci deve essere per forza qualcosa di sbagliato. Questo, più o meno, è ciò che si è sempre pensato. Ma è una convinzione che vacilla da anni e, stando ai fatti, dovrebbe essere già crollata. I fatti, ad esempio, sono l’amichevole con la Spagna di mercoledì scorso. D’accordo, potevamo pareggiarla e d’accordo, quando non ci sono i tre punti in palio non diamo mai il meglio. Ma la dimostrazione di inferiorità tecnica, tattica e atletica è stata così evidente da suscitare, più che le solite polemiche, una serena ammissione dei nostri limiti.

Del resto, cosa ci si poteva aspettare? L’Italia era rappresentata da diversi titolari di squadre di mezza classifica (Paletta, Cerci, Immobile, Candreva, Montolivo, Abate, De Sciglio) e da alcuni panchinari delle squadre ai primi posti (Marchisio, Osvaldo, Destro). Quelle stesse squadre ai primi posti che, pur imbottite di stranieri, non riescono ad affermarsi in Europa.

Oltre che nei confronti della Spagna, il gap sembra evidente rispetto ad almeno altre due o tre squadre (Brasile, Germania, Argentina). Poi, come sempre ai Mondiali può succedere di tutto. E l’Italia, quando parte battuta, è capace di esaltarsi: per essere ottimisti sul Mondiale brasiliano ci si può attaccare solo a questo.

2. IL FATTORE FF. I più attenti sono già rimasti colpiti dalla sicurezza con cui si muove Simone Scuffet, il portiere diciassettenne che da alcune settimane gioca da titolare nell’Udinese. Sangue friulano a parte, le premesse per una grande carriera sembrano scritte già nel suo cognome: una consonante come ultima lettera e due effe a garanzia di qualità. Zoff, Buffon, Scuffet: suona bene, no?

3. SEGGIOLINI VUOTI. Stadio Olimpico di Roma semideserto causa contestazione dei tifosi laziali a Lotito: vista l’emorragia generalizzata di spettatori di cui il calcio italiano soffre da anni, non c’eravamo accorti della differenza. Ormai la vera ribellione al sistema sarebbe gremire uno stadio in ogni ordine di posti.

4. MITI MINORI. Decimo nella classifica dei marcatori di Serie A di tutti i tempi (185 gol): siamo sicuri di aver apprezzato abbastanza Antonio Di Natale? O forse l’aver giocato (per scelta) solo nell’Empoli e nell’Udinese fa valere meno i suoi gol?

5. LA GRANDE BELLEZZA DI UN ALLENAMENTO. Ritirando l’Oscar Paolo Sorrentino ha ringraziato, oltre a Martin Scorsese e i Talking Heads, anche Diego Armando Maradona (venendo per questo ringraziato dai tifosi del Napoli con uno striscione). Chi conosce il regista napoletano sa che non era un nome buttato lì a caso e che il suo rapporto col calcio è sempre stato intenso. Il giornalista Giorgio Porrà ha ricordato il film d’esordio di Sorrentino “L’uomo in più” (2001), giudicandolo a tutt’oggi il miglior film italiano sul calcio. Aggiungiamo qui alcune parole tratte dal libro “Tony Pagoda e i suoi amici”:

“Dimenticate il gradasso congenito che è in me. Quando Tony Pagoda sbarca nel ritorno del Napoli per assistere all’allenamento e salutare i calciatori, gli prende la soggezione. Come davanti a Dio.

I giocatori sono angeli trapassati dalla bellezza degli anni migliori. Dentro le regole ferree del professionismo, non si riesce a contenere un sentimento che sprigiona dappertutto. Sbuca da dentro le docce e da sotto i tubi di scappamento delle BMW nere. Affiora in mezzo alle reti metalliche e alle parole in codice del gruppo. E’ il sentimento della libertà applicata a quell’età della vita che si finirà per rimpiangere per sempre, senza interruzioni, con ottuso accanimento e aggressiva invidia. La libertà! La libertà! La Libertà!

Non me ne frega un cazzo se i giocatori sono viziati o arroganti, superbi o tronfi. Sono ragazzi. Sanno fare senza sforzo le cose difficili. Un fatto che non la smette di commuovermi e meravigliarmi. Corrono in mezzo a dei paletti con scatti da ghepardi e questo basta per farmi dire che sono innamorato per sempre di loro. Non si costruisce la vita sprofondati dentro le poltrone a lamentarsi. Chi corre e urla ha la meglio sul mondo e su di me”.

Una “grande bellezza” pura, fatta di atletismo e movimenti perfettamente coordinati di giovani corpi. Una bellezza non guastata dalle costatazione della sua decadenza, come accade invece nel film premiato (benché certi commentatori superficialmente trionfalisti sembrino non essersene accorti).

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