Enologa, importatrice e curatrice di esperienze enogastronomiche, Claudia Galterio ha fatto del vino un linguaggio universale per unire territori e persone. Dopo anni di formazione nella viticoltura ecosostenibile tra Italia e Francia, oggi vive a Parigi, ma il legame con le sue radici resta indissolubile. Tanto da portare nel suo Abruzzo PaCentro del Mondo, un evento indipendente che trasforma uno dei borghi più belli della regione - le location principali saranno quelle del Convento di San Francesco e Piazza del Popolo - in un crocevia internazionale di sapori, arte e pensiero consapevole.
Com’è nata l’idea di “PaCentro del Mondo” nel 2018? C’è stato un momento preciso in cui hai capito che questo progetto doveva esistere?Per anni, viaggiando, alla domanda «Da dove vieni?» rispondevo sempre fiera: «Da Pacentro». Raccontavo questo borgo di montagna con un entusiasmo tale che, agli occhi degli altri, appariva come un luogo incantato. Finché un'estate, una serie di coincidenze ha portato qui amici chef di diverse nazionalità, bartender e vignaioli. Ho avuto un'intuizione: fare una festa nel locale di mia madre, condividendo con i miei amici del paese un'esperienza fatta di vino, tapas e musica. Lì, vedendo convivere così tante culture in quella piccola piazza, ho pensato: «Ecco, questo è il centro del mondo».
Pacentro è uno dei borghi più belli d’Abruzzo: cosa racconta di questa regione a chi arriva da fuori?Racconta il valore del tempo lento. Racconta le vere priorità della vita attraverso un cibo semplice e sostenibile, l'importanza dell'acqua e dell'aria che rigenerano corpo e mente. Ma soprattutto racconta l'ospitalità, l'umanità e la gentilezza che contraddistinguono l'Abruzzo.
Il festival unisce vino, gastronomia, musica, trekking e cultura contemporanea. Qual è il filo rosso che tiene insieme tutto questo?La sostenibilità e la consapevolezza. Chi lavora con piccole produzioni di qualità segue una filosofia di vita ben precisa. Dietro ogni scelta c'è rispetto: per la terra, per le persone e per il tempo necessario a fare bene le cose. Il festival nasce proprio da questa idea di condivisione consapevole.
Quest’anno il format diventa un weekend immersivo. Perché questa evoluzione? Per incentivare un turismo profondo, lontano dalla logica del "mordi e fuggi". Desidero che le persone possano immedesimarsi nella vita quotidiana del borgo, creando connessioni reali. Soprattutto per chi vive nelle grandi città, è fondamentale riscoprire lo spazio, il silenzio e il tempo, ripartendo con un senso di pace ed equilibrio.
Organizzare un evento indipendente in Abruzzo oggi è più difficile o più stimolante rispetto a una grande città?A volte faccio più fatica a organizzare un piccolo evento a Pacentro che un grande evento a Parigi. È un paradosso, ma nei piccoli contesti devi trovare continuamente soluzioni creative adattandoti alle situazioni. Quindi direi entrambe le cose: più difficile e decisamente più stimolante.
Quali sono state le difficoltà più grandi, sia organizzative che umane?Dal punto di vista organizzativo, la burocrazia: in Francia, dove lavoro da oltre dieci anni, percepisco una maggiore flessibilità operativa e più strumenti per realizzare i progetti. Di contro, sul piano umano nei piccoli centri si trova un sostegno straordinario. Oggi che il progetto è cresciuto sento una partecipazione autentica da parte del Comune di Pacentro, della Pro Loco, delle amiche dell'Associazione Ruglio e di tutte le attività locali.
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L’Abruzzo viene descritto come una regione piena di potenziale ma fragile. Che stato di salute vedi nei piccoli borghi?La fragilità sta nella mancanza di strumenti per valorizzare il territorio in modo continuativo. Nei piccoli borghi il turismo è ancora troppo stagionale, il che rende difficile programmare investimenti e contrastare lo spopolamento. È una questione complessa che riguarda molti territori italiani e che richiederebbe interventi strutturali e visioni a lungo termine.
Eventi come questo possono davvero contribuire a contrastare lo spopolamento?Onestamente, da soli non bastano a invertire fenomeni così complessi. Possono però creare interesse, relazioni e nuove prospettive. Possono accendere una scintilla, e a volte è proprio da una scintilla che iniziano i grandi cambiamenti.
C’è un episodio delle passate edizioni che ti ha fatto capire che il festival stava lasciando il segno?Più che un episodio, la richiesta continua delle persone che ogni anno mi chiedevano se lo avessi rifatto. Poi, nel 2022, osservando l'atmosfera magica del Convento di Pacentro, ho capito che quella doveva essere la nuova casa del progetto. Quando chef del calibro di Arcangelo Tinari o Giovanni e Justine Passerini hanno accolto con entusiasmo il mio invito, ho realizzato che le possibilità erano infinite.
Come scegli le collaborazioni per il programma?Nascono da relazioni professionali e umane costruite in oltre vent'anni di lavoro. Scelgo persone che condividano lo spirito dell'apertura e della curiosità. Per partecipare a questa esperienza bisogna saper parlare il linguaggio dell'incontro.
Il vino qui sembra uno strumento culturale più che gastronomico. Che rapporto personale hai con questo mondo?Nasco come enologa e sono sempre stata attratta dalle realtà indipendenti; una figura chiave per me è stata Stefano Bellotti (Cascina degli Ulivi). Ho seguito da vicino l'evoluzione del movimento dei vini naturali in Italia e in Francia. Il vino è uno degli strumenti più eleganti per favorire il dialogo e la condivisione. Se consumato con consapevolezza, crea legami unici, ed è esattamente ciò che cerco nei vignaioli che invito.
Qual è il momento del programma di quest’anno che aspetti con più emozione?
L'appuntamento del 24 resta il cuore pulsante, ma sono molto emozionata per la cena del 25. Vedrà l'incontro tra Kaori Endo, raffinata chef giapponese, e Morgan Fleury, brillante produttrice di Champagne artigianale. Due donne, due culture e due percorsi straordinari che si incrociano a Pacentro: nascerà qualcosa di unico.
Quanto è importante per te mantenere autenticità e rapporto umano?
È la condizione imprescindibile. Chi viene a trovarci deve portare a casa un ricordo autentico da custodire per sé, non qualcosa da esibire agli altri. Se PaCentro del Mondo riesce a lasciare questa sensazione di leggerezza e pace, allora ha raggiunto il suo scopo.
Se dovessi convincere qualcuno a venire a PaCentro del Mondo 2026 in una sola frase?
Immagina un convento affrescato del Cinquecento, vini sorprendenti, street food d'autore, musica e persone da tutto il mondo che si incontrano in uno dei luoghi più autentici d'Italia... e stai tranquillo, c'è ancora posto!
Informazioni e Prenotazioni
pacentrodelmondo@gmail.com