A poche settimane dalla discussione sulla Legge di Bilancio, Federalimentare porta il confronto sulla sugar tax dal terreno fiscale a quello dei dati. La Federazione sostiene che la tassa sulle bevande zuccherate, in vigore dal 2027 salvo nuovi rinvii, non produca alcun effetto misurabile sull'obesità, e cita come prova il Regno Unito, primo Paese europeo ad averla introdotta nel 2018. Secondo i dati ufficiali aggiornati al 2024 richiamati da Federalimentare e riportati da Berverfood, il tasso di obesità tra gli adulti inglesi è salito dal 28% al 30%, nonostante l'industria britannica abbia ridotto il contenuto di zucchero nelle bevande del 46% dal 2015. Il ragionamento di Federalimentare è che obesità e sovrappeso siano fenomeni multifattoriali, non riconducibili a un singolo nutriente: la leva fiscale, ovunque applicata, modificherebbe i comportamenti d'acquisto senza incidere sulla salute pubblica. La Federazione solleva anche un rischio più ampio per l'export agroalimentare italiano: introdurre nella legislazione nazionale il principio di tassare un singolo componente degli alimenti renderebbe più difficile, in prospettiva, contestare ad altri Paesi lo stesso approccio verso prodotti come prosciutto, parmigiano o pesto per il loro contenuto di sale o grassi. Per bar e locali che servono bevande analcoliche il punto pratico resta un altro: la sugar tax, quando e se entrerà davvero in vigore dopo nove rinvii, cambierà i listini fornitori più della composizione nutrizionale del Paese. Su stime Nomisma, Assobibe calcola un aumento della fiscalità del 28% per litro prodotto, un calo delle vendite del 16% nel biennio successivo all'entrata in vigore, un calo del fatturato del 10%, oltre 5.000 posti di lavoro a rischio e un mancato gettito Iva da 275 milioni di euro.