Bevande: pochi soft drink, siamo italiani!

Dimmi cosa bevi e ti dirò chi sei. O meglio da quale Paese provieni. Se in alcuni casi un’affermazione del genere può risultare eccessivamente tranchant, in altri, invece, la tipologia dei consumi div...

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Dimmi cosa bevi e ti dirò chi sei. O meglio da quale Paese provieni. Se in alcuni casi un’affermazione del genere può risultare eccessivamente tranchant, in altri, invece, la tipologia dei consumi diventa peculiare della caratterizzazione geografica. E in questa indagine ci soccorrono bene le evidenze statistiche di statista.com, in grado di differenziare all’interno di un quadro europeo complessivo le variegate declinazioni regionali. Parlando di bevande analcoliche in termini di volumi, nel 2017 la media del vecchio continente si attesta intono ai 120 miliardi di litri equamente distribuiti tra acqua e soft drink, mentre i succhi (le rilevazioni di statista si rivolgono esclusivamente alle tipologie frutta e verdura al 100%) si attestano al 10% del totale. Se differenze e peculiarità sono stemperate e smorzate dall’effetto “globalizzante” del macroscenario, sono però pronte a emergere caso per caso. In Italia, dove il settore nel suo complesso sviluppa circa 16 miliardi di litri, anche se i succhi non si discostano significativamente dalla media europea, i soft invece accusano il colpo e hanno performances sensibilmente inferiori (circa il 19% del totale) a tutto vantaggio dell’acqua minerale che si rivela la vera regina (69%). Segno inequivocabile della sua stretta correlazione con le abitudini alimentari degli italiani. Situazione diametralmente opposta, invece, nel Regno Unito dove succhi e soft costituiscono addirittura l’82% a volume e il 92% a valore. E in termini di valore cosa succede nel nostro Paese? In questo caso il discorso cambia: soft e succhi, infatti, costituiscono la voce più significativa (6 miliardi di $) di un comparto che nel suo insieme vale 8 miliardi e 700 mio di $ Usa, merito di un prezzo medio per unità che si attesta a 1,77 dollari per i succhi e 1, 24 per le bibite. Per i prossimi anni le proiezioni prevedono un leggero calo del fatturato globale del segmento analcoliche, determinato essenzialmente da una riduzione dei consumi pro capite dei soft che, secondo i report di statista, passeranno dai 60 litri pro capite del 2010 ai 46 del 2021, un decalage evidentemente compensato dall’interessante crescita delle acque (si stimano + 45 litri pro capite nel 2020). Pressoché stabili, invece, i succhi. Proviamo adesso a scendere più nel dettaglio analizzando il segmento dei succhi, un comparto che in Europa sviluppa un fatturato di circa 22 miliardi di dollari: succo d’arancia, di mela e “altro” le tipologie più profittevoli. Rispetto alla media europea, in Italia si vede una netta preponderanza della tipologia “altro” (che, secondo le proiezioni è però destinata a calare un po’ nei prossimi anni). Nel gradimento degli italiani il succo d’arancia si colloca al secondo posto, ma con percentuali ben inferiori alla media europea o a quelle del Regno Unito, seguito dal succo d’uva (in questo caso con tassi più elevati della media). Mentre il succo di mela, fiore all’occhiello del mercato tedesco, non riesce a riscuotere molto successo, ma – anzi – perde quota. Anche in questo caso, dunque le peculiarità territoriali non perdono occasione di affermarsi.

Europa – Mercato bevande analcoliche a volume
in milioni di litri

Italia – Mercato bevande analcoliche a volume
in milioni di litri

Italia – Mercato bevande analcoliche a valore
in milioni di $ USA

Italia – Mercato bevande analcoliche
consumi medi pro capite

Italia – Mercato succhi
media dei consumi pro capite

Fonte: Statista

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