Horeca, l'emorragia di lavoro è causata dal reddito di cittadinanza?

Secondo quanto dichiarato da Fipe Confcommercio alle porte dell'estate, mancano circa 150 mila lavoratori nel mondo della ristorazione, di cui 120 mila professionisti a tempo indeterminato (cuochi, ba...

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Secondo quanto dichiarato da Fipe Confcommercio alle porte dell'estate, mancano circa 150 mila lavoratori nel mondo della ristorazione, di cui 120 mila professionisti a tempo indeterminato (cuochi, bartender, pizzaioli, camerieri) che, a causa delle troppe restrizioni imposte dalla pandemia, hanno cambiato lavoro. Altri 20 mila invece pare abbiano preferito all'impiego il reddito di cittadinanza.

«Guadagnano lo stesso stipendio ma stando a casa con la famiglia il sabato, la domenica e durante le feste e riscoprendo la vita, perché nel nostro mestiere si lavora a pranzo, cena, domenica, Ferragosto, a Natale e Pasqua senza orari» afferma giusto pochi giorni fa ad Adnkronos lo chef Alessandro Circiello.

Insomma, si torna a sostenere che, anziché produrre benefici, l'assistenzialismo statale produrrebbe danni al comparto lavorativo, ma non solo a quello della ristorazione seppur questo pare sia tra i più colpiti. Francesco Caizzi, presidente pugliese e vicepresidente nazionale di Federalberghi, afferma che «nel settore alberghiero pugliese mancano almeno seimila persone, ossia il trenta per cento del fabbisogno totale che è di circa 25 mila lavoratori. Ciò è dovuto all'effetto combinato di due fattori, la ritardata ripartenza in Italia rispetto ad altre nazioni e che le persone preferiscono il reddito di cittadinanza o, in alternativa, chiedono di lavorare in nero. I lavoratori che mancano sono andati in Grecia e in Spagna e non c'è modo di trovarne altri».

Restando in Puglia, simile è il parere di due volti noti della ristorazione leccese, Marco Goffredo ed Erasmo Scipioni. Il primo sostiene di non ricevere più curriculum e che «la pandemia non c'entra con questo fenomeno ormai diffuso». Segue a ruota Scipioni fermamente convinto che il reddito di cittadinanza abbia lasciato a casa molte persone e rappresenti un incentivo al "non lavoro": «se lo Stato garantisce 800 euro al mese è chiaro che le persone preferiscono andare al mare anziché cercarsi un'occupazione. Lo farei anche io. Il reddito non è misura di sostentamento sociale al pari della cassa integrazione o del sussidio di disoccupazione».

Anche al nord l'ottimismo che si respirava poco prima della ripartenza risulta smorzato come dichiara a La Nazione Daniela Petraglia, presidente di ConfRistoranti ConfCommercio Pisa e titolare del ristorante La Pergoletta: «il più grosso ostacolo da affrontare per i ristoratori al momento è la mancanza di professionisti, in particolar modo chef, barman e camerieri. Paghiamo il prezzo delle durissime limitazioni imposte al settore della ristorazione per colpa della pandemia: 120 mila professionisti a tempo indeterminato sono stati costretti a cambiare lavoro per riuscire ad arrivare a fine mese. A questi, si aggiungono i lavoratori a tempo determinato che, sempre a causa di tale condizione di incertezza, hanno abbandonato il lavoro e oggi preferiscono percepire il reddito di cittadinanza che almeno è sicuro».

Il problema, sollevato già da qualche anno a questa parte (si guardi qui e qui), sembra ancora lontano dalla soluzione e le complicazioni innescate dalla pandemia, purtroppo, non giocano affatto a favore ma, è meglio rimarcarlo, non esiste alcuna certezza che i professionisti dell'horeca stiano abbandonando il proprio posto di lavoro preferendo la comodità del reddito di cittadinanza.

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