Le assurdità del nuovo decreto. Secondo noi. E secondo voi

Parliamo del nuovo decreto in vigore dal 26 aprile. Senza peli sulla lingua.

Intanto, pubblicare la circolare con le direttive specifiche in merito a orari e metodi di somministrazione in bar e ristoranti ad appena 24 ore dalla loro riapertura (autorizzata dal 26 aprile nelle regioni di fascia gialla, solo in esterno) è l’ennesimo gesto irrispettoso nei confronti dei professionisti del mondo dell’ospitalità. Che hanno un estremo bisogno di programmazione per poter lavorare in modo virtuoso e garantire freschezza delle materie prime e servizio curato.

Ma fosse solo questo. Per quanto concerne le riaperture di bar e ristoranti il decreto in vigore dal 26 aprile al 31 luglio è pieno di nei. E non bastano a consolarci le voci di corridoio che affermano l’intenzione dell’esecutivo di posticipare il coprifuoco alle 23.

Le assurdità secondo voi (e noi)

Perché il problema è il coprifuoco stesso. Una disposizione che non cambia gli equilibri in termini di prevenzione per il Covid-19 e che non tiene conto di usi e costumi degli italiani, diversi a seconda della regione di appartenenza. “In estate al Sud dopo il lavoro si va al mare. Se ceni fuori casa, lo fai dalle 22.

Tommy Colonna

Se invece esci dopo cena per bere qualcosa con gli amici, prendi appuntamento al bar verso le 23. Questi orari non ci appartengono e scoraggeranno i turisti”, osserva Tommy Colonna, titolare del Gambrinus di Gravina, nonché tra i fondatori della BarProject Academy di Bari.

decreto
Pier Dal Mas

Dalla Puglia al Friuli: “Il comitato tecnico scientifico parla con i rappresentanti di categoria, ma poi non tiene conto delle nostre esigenze. Penso, tra le altre disposizioni, a due contraddizioni: la somministrazione all’interno del locale è permessa ad Autogrill e affini e ai ristoranti che offrono il servizio di mensa, mentre è proibita a tutti gli altri, inclusi i ristoranti stellati che a prescindere dal Covid-19 mantengono sempre ben distanziati i tavoli per una questione di privacy. Inoltre, è discriminatorio permettere l’apertura solo a chi possiede un dehor. Primo, perché non tutti dispongono di uno spazio all’esterno. Secondo, perché l’uso di mangiare all’aperto in realtà non è diffuso in tutta Italia. Da noi tira spesso il vento e le pietanze si raffreddano subito, per esempio. E in montagna è anche peggio!”, osserva Pier Dal Mas, co-titolare del ristorante La Primula ( location d’eccellenza nei pressi di Pordenone), nonché presidente provinciale ristoratori di Pordenone e delegato provinciale per l’associazione italiana sommelier. “Un’ulteriore assurdità presente nel decreto: si può fare servizio al bancone ma il cliente deve prendere la consumazione, uscire e consumarla da seduto”, aggiunge.

Oscar Quagliarini

Non è finita. Le fasce di colore sono un altro immenso limite sotto molti punti di vista. Organizzativo e logistico, in primis. Ma anche psicologico. “Sono la prima cosa, insieme al coprifuoco, da metter in discussione. O meglio, da eliminare”, taglia corto Oscar Quagliarini, bartender consulente freelance residente a Senigallia. Noi siamo d’accordo con lui. E vorremo che venissero prese in considerazione misure diverse. Rischiamo il fallimento di un settore che ha un peso determinante sul PIL italiano. Ma non solo: in ballo c’è anche la salute psicologica di tutti noi, salute che passa dalla dignità della persona. Che, a sua volta, è legata al diritto al lavoro. E alla cultura. E allo sport…

Tommy Scamarcio
ph. Nicole Cavazzuti

Tommy Scamarcio, bar manager di Noh Samba Hagakura di Bari, afferma: “Io credo sia il momento di fare sistema, di unirci davvero e di chiedere in maniera forte di cambiare il decreto quanto prima”. Appoggiamo la sua posizione.

Vincenzo Mazzilli

Ma Vincenzo Mazzilli, titolare dello Speakeasy di Bari osserva: “Siamo tutti indignati, delusi, stufi. Ma non siamo capaci di fare sistema, purtroppo”. Ecco, sarebbe ora di dimostrare il contrario, secondo noi.