Il Manifesto dell’Espresso: la cruda realtà raccontata dagli importatori

In un mercato italiano del caffè che nell’ultimo decennio, ha registrato volumi e valori sempre crescenti sia in termini di import e consumi interni, sia dal lato delle esportazioni anche di attrezzature, si discute se, e come, certificare quella metodologia di estrazione della bevanda meglio nota come “espresso”. Questo sistema inventato dall’italiano Moriondo da oltre un secolo, secondo la maggioranza degli operatori rappresenterebbe una quota tra il 10% e il 20% rispetto alle modalità di consumo conosciute nel mondo. Un business che a livello globale si sta diffondendo mediante catene di ristorazione commerciale o brand che, con successo, propongono sistemi di estrazione macchina-cialda/ capsula talvolta richiamando l’italian sounding, tanto a livello trade (horeca) quanto a livello consumer. Da qui l’esigenza di alcuni operatori (SCA in testa) di stabilire l’identikit del caffè espresso italiano nel contesto di un sistema di coffee brewing analisys internazionalmente condiviso. E, per i più, che integri il sistema convenzionale internazionale del Cup of Exellence, la competizione che, di anno in anno, determina la qualità del caffè, in una filiera intermediata dai “crudisti”. Sono questi gli importatori di caffè crudo che riforniscono di materia prima la maggioranza dei torrefattori.

Il Manifesto dell’Espresso: il parere di Simone Pecora (Aziende Riunite Caffè)

Il Manifesto dell’Espresso: il parere di Edy Bieker (Sandalj)

Caffè espresso: che cos’è la piramide della qualità