Guerra russo-ucraina, Italia: per export vino perdita da 400 milioni

Il Made in Italy rischia di pagare più caro di altri Paesi il protrarsi dell’invasione russa ai danni dell’Ucraina. Oltre ai problemi di approvvigionamento legati ai cereali o ai semi oleosi (girasole in primis), anche le esportazioni di vino tricolore rischiano di pagare un tributo elevato.

Secondo i calcoli del Wine Monitor di Nomisma, tra i top exporter di vino l’Italia è infatti la più penalizzata nell’export di vino dal momento che la Russia ha importato 345 milioni di euro di vino italiano (+18% rispetto all’anno precedente), facendo del nostro Paese il suo primo fornitore. Più ridotti ma fortemente in crescita (+200% negli ultimi cinque anni) gli acquisti provenienti dall’Ucraina: 56 milioni di euro, per un valore aggregato di circa 400 milioni di euro.

Per Francia e Spagna, gli altri top exporter che vendono vino a questi due mercati, il danno è più contenuto: 217 milioni di euro per i francesi, 146 milioni per gli spagnoli, ovvero rispettivamente il 2% e 5% dell’export totale di vino.

Al di là degli impatti aggregati, i danni più consistenti legati a questa tragica guerra sono riconducibili ad alcune denominazioni e categorie di vini italiani. Nel caso dell’Asti Spumante parliamo della potenziale perdita di un quarto del proprio export, così come del 20% delle vendite oltre frontiera di spumanti generici italiani o del 13% di vini frizzanti”, dice a questo proposito Denis Pantini, responsabile agroalimentare e Wine Monitor di Nomisma.

Andando a vedere gli impatti sulle altre denominazioni o tipologie di vini francesi e spagnoli non si riscontrano infatti analogie simili a quelle italiane: Cava spagnolo, Cremant francesi o spumanti generici di entrambi i Paesi vendono in questi due mercati meno del 2% del relativo export di categoria e lo stesso si evince per i vini fermi Dop come Bordeaux, Borgogna, Rioja dove l’incidenza è inferiore all’1%”, conclude Pantini.

Anche per i vini fermi Dop italiani, Russia e Ucraina presentano incidenze marginali sulle relative esportazioni. Quelle più alte si riscontrano per i vini fermi siciliani Dop (8%) e per i vini bianchi Dop veneti (4%). Nel caso del Prosecco, ad esempio, prima denominazione italiana esportata nel mondo, il peso di Russia e Ucraina per le relative esportazioni è inferiore al 5%, anche se va detto che negli ultimi tre anni (in piena pandemia) le vendite della nostra più famosa “bollicina” in questi due mercati erano raddoppiate.

Ma i timori per l’export tricolore verso Russia e Ucraina non si fermano al vino. Ad essere minacciato rischia di essere l’intero comparto agroalimentare. “In pericolo per l’Italia ci sono le vendite degli elementi base della dieta mediterranea come vino, pasta e olio in Russia, che sono scampati all’embargo, ed hanno raggiunto lo scorso anno il valore di 670 milioni di euro, con un aumento del 14% rispetto al 2020“, sottolineano le proiezioni secondo le proiezioni della Coldiretti su dati Istat.

Gli effetti del conflitto ucraino rischiano dunque di cancellare completamente il made in Italy a tavola dai mercati e dai ristoranti di Mosca – denuncia l’associazione – aggravando ulteriormente gli effetti dell’embargo deciso da Putin con il decreto n. 778 del 7 agosto 2014, e da allora sempre prorogato, come risposta alla sanzioni decise dall’Unione Europea, dagli Usa ed altri Paesi per l’annessione della Crimea.

Un blocco che è già costato alle esportazioni agroalimentari tricolori 1,5 miliardi di euro negli ultimi 7 anni e mezzo.