Green pass, Fipe: “Lavoratori vaccinati, ma la burocrazia ci penalizza”

Green pass obbligatorio per accedere ai luoghi di lavoro? Il settore dell’ospitalità è da settimane fra i più preparati a recepire la norma entrata in vigore venerdì 15 ottobre. Stando alle stime – che ritengo essere approssimate per difetto – del Centro Studi Fipe, oltre il 90% dei lavoratori del comparto, a oggi, è vaccinato. Ed è facile immaginare il perché di questa adesione così elevata alla campagna vaccinale: dopo che per un anno e mezzo siamo stati la categoria più colpita dalle restrizioni anti-Covid, abbiamo fatto tutto il possibile per poter tornare a lavorare e allontanare possibili rischi di nuove chiusure”. Così Matteo Musacci, vicepresidente di Fipe – Federazione Italiana Pubblici Esercizi, quantifica a Mixer Planet l’impatto sui lavoratori delle aziende dell’Horeca dell’obbligatorietà del green pass per l’accesso ai luoghi di lavoro.

Tutto bene, quindi? Non proprio. Anzi. “Se è vero che nel nostro settore il green pass incide in maniera quasi irrilevante sulla disponibilità di dipendenti e collaboratori – continua Musacci – è altrettanto vero che la nuova norma rappresenta comunque l’ennesima penalizzazione per molti bar e ristoranti”.

Matteo Musacci

Per quale motivo?
Ai datori di lavoro è stato lasciato l’onere dei controlli. Stando al decreto, essi devono controllare ogni giorno, a rotazione, il 20% del personale presente sul posto di lavoro. Il che può rappresentare un disagio minimo per le piccole imprese, ma diventa una grana non indifferente per le attività di dimensioni medio-grandi con più di 15 dipendenti. Teniamo conto poi del fatto che, per tutela della privacy, i datori di lavoro non possono sapere né registrare che il green pass sia dato da un vaccino piuttosto che da un tampone: diversamente, potrebbero tenere traccia della data di scadenza del certificato per i lavoratori vaccinati (per i quali il pass ha validità di un anno, ndr), così da evitare di ripetere inutilmente le verifiche a cadenza regolare su questi ultimi.

Va bene, l’ennesimo caso di complicazione burocratica, però la verifica si fa in pochi secondi, specie se si utilizza l’app Verifica C19 su uno smartphone…
Certo, detto così sembra una questione di 30 secondi. Ma moltiplichiamo ogni giorno questi 30 secondi per il 20% dei dipendenti e aggiungiamoci tutte le altre incombenze da 30 secondi imposte dalle regole anti-Covid (sanificazioni, controllo dei distanziamenti, verifica dei green pass dei clienti…): è evidente che si istituisce inutilmente una ulteriore incombenza in un settore le cui marginalità sono oggi ridotte all’osso e che sta compiendo uno sforzo enorme per tornare a lavorare. E va da sè che, come tutti i provvedimenti che portano complicazioni burocratiche percepite come non necessarie, anche questo decreto rischia di ottenere l’effetto contrario a quello che si prefigge: qualcuno, per mancanza di tempo, potrebbe finire per omettere i controlli, compresi quelli che avrebbero invece una utilità oggettiva.

Peraltro, molti operatori temono che il green pass possa avere conseguenze sul funzionamento della logistica e di conseguenza su disponibilità e costi delle forniture. Proprio mentre la Fao segnala che i prezzi mondiali delle materie prime alimentari sono già aumentati di un terzo rispetto allo scorso anno.
Sono assolutamente d’accordo, è un pericolo reale. Qualche avvisaglia preoccupante, in questo senso, l’abbiamo già registrata. Ci vorrà qualche giorno per poter valutare con esattezza l’effetto green pass sui fornitori e sulla filiera dell’agroalimentare, ma il timore è che possa portare a una ulteriore escalation dei prezzi delle materie prime.

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